Si accendono le luci su Homo Faber: l’artigianato d’eccellenza è protagonista
Oltre 700 opere e centinaia di artisti da tutto il mondo: il meglio del craft internazionale in mostra a Venezia alla Fondazione Giorgio Cini, sull’Isola di San Giorgio Maggiore.
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La luce è invisibile finché non colpisce un oggetto e allora definisce una forma, proietta un’ombra, dà vita al colore. Sta tutto nel modo in cui questa energia vitale dialoga con il mondo, con l’uomo e con le sue mani, il racconto dell’edizione 2026 di Homo Faber: an Island of Light, curata dalla designer britannica Es Devlin. Giunto alla quarta edizione, l’appuntamento, che mette al centro la trasformazione creativa della materia, è divenuto imprescindibile, nel pur fitto calendario degli eventi veneziani, dalla Biennale d’Arte all’imminente Biennale del Cinema. «Homo Faber non è una semplice mostra», spiega Alberto Cavalli, direttore esecutivo della Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship, un’istituzione no-profit che sostiene gli artigiani di tutto il mondo. «E’ un movimento, è la convinzione che un futuro più umano, inclusivo, sostenibile sia possibile. Valorizzare i mestieri d’arte e il talento che li esprime significa difendere la libertà personale e confidare nelle proprie mani come lo strumento che può cambiare il mondo».
Chiedilo al Sole
L’1 settembre, alla Fondazione Giorgio Cini, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, si accendono dunque le luci sui maestri e sui loro manufatti, provenienti da tutto il mondo. Il filo conduttore è un’onda luminosa che si diffonde, rifrange, riflette oppure scompare per assorbimento: il percorso inizia in una grande stanza laboratorio, un atelier di atelier dove sono riprodotti e ordinati, come quadri inanimati, gli strumenti specifici di ciascun mestiere, dal ricamo all’intaglio, dall’argilla al vetro. Arnesi inerti fin quando una mano non arriva a dar loro la vita per tradurre un pensiero e un progetto in forma estetica e utile. Ogni oggetto è l’espressione di due mani e un volto: così la seconda sala usa la luce per imprimere, in bianco e nero, i ritratti di tutti gli autori di questa edizione. Una galleria di facce, occhi, tratti somatici che raccontano quanto è variegato e ampio il mondo dell’alto artigianato e quanto esprime una comunità e, contemporaneamente, una personalità unica e individuale La terza stanza è una giostra che ruota lentamente, dove ogni oggetto ha i colori bruni della terra e degli elementi primari: una luce teatrale proietta in circolo le ombre ingigantite di ciascun pezzo sulla parete.
C’è un gusto drammatico e celebrativo, eppure intimista in questa volontà di Es Devlin di «tracciare un’etimologia degli oggetti», che lascia il pubblico a sperimentare una via di mezzo fra una caverna platonica e un gioco infantile che riduce l’essenza della creazione alla sua forma, reale o solo immaginata. Nelle stanze successive il prodotto artigianale prende finalmente il sopravvento, anche se la regia resta forte, a tratti prevalente, e il punto di vista selettivo.
Ecco allora gli accostamenti per cromie (prima legno e vimini, poi il bianco assoluto di ceramiche, carta, gesso, infine il più variopinto girotondo di colori), per temi (come i tondi delle Silent Song che, con tecniche e disegni diversi, scandiscono ritmicamente le arcate del chiostro o come la voliera di specchi che declina ogni forma di creatura alata), per texture (come il lungo arazzo che dispiega il suo contrappunto bianco e nero al verde del Labirinto Borges. «Nell’era in cui la tecnologia è in grado di generare immagini, sintetizzare voci e riprodurre forme, Homo Faber è alla ricerca dell’impronta umana: tracce di individualità, imperfezione, abilità e consapevolezza», spiega Hanneli Rupert, vicepresidente esecutiva della Michelangelo Foundation. Un’esperienza emotiva e una ricerca razionale, ottimamente organizzata e orchestrata «per far vedere ciò che mente, cuore e mani possono fare».










