La sentenza

Shell sconfigge gli ambientalisti: non dovrà tagliare del 45% le emissioni

La Corte dell’Aja annulla il giudizio di primo grado emesso dopo una causa intentata da gruppi ambientalisti olandesi, che imponeva alla multinazionale britannica di ridurre le emissioni di CO2 del 45% entro il 2030. Per la Corte non si può imporre una soglia precisa a una singola azienda

di Michele Pignatelli

Il logo di Shell

3' di lettura

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Shell non dovrà ridurre le emissioni di anidride carbonica del 45% entro il 2030 (rispetto al 2019) come un tribunale olandese le aveva intimato di fare. La multinazionale britannica ha infatti vinto l’appello presentato contro la sentenza del 2021, contro cui avevano fatto ricorso anche gli attivisti del clima che avevano intentato (e vinto) il giudizio di primo grado, guidati dalla branca olandese di Friends of the Earth, Milieudefensie, e che lamentavano gli scarsi sforzi compiuti dal gigante petrolifero per tagliare le emissioni.

Nel suo giudizio, la Corte di Appello dell’Aja sottolinea che Shell ha il dovere di limitare la produzione di gas serra, ma spiega di aver annullato la sentenza di primo grado perché «al momento non c’è sufficiente consenso tra i climatologi su una percentuale specifica di riduzione delle emissioni a cui una singola azienda dovrebbe attenersi». Due dunque, nei fatti, le motivazioni: l’indicazione di una soglia specifica e il fatto che sia stata imposta soltanto a Shell, tanto più che la compagnia energetica «potrebbe adempiere agli obblighi imposti smettendo di mettere in commercio i combustibili che acquista da terzi. Altre compagnie subentrerebbero in questo commercio» e quindi il taglio risulterebbe privo di effetti positivi sull’ambiente.

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Nel 2021, il tribunale olandese aveva infatti ordinato a Shell di ridurre tre tipi di emissioni di carbonio: quelle che provengono direttamente dalle sue operazioni, quelle derivanti dall’energia utilizzata, e quelle originate dalla catena di fornitura e dai clienti. E la maggior parte delle emissioni di Shell, circa il 90%, rientra proprio nella terza categoria.

La sentenza d’appello, contro cui rimane la possibilità di ricorrere alla Corte suprema oladese, suona come un campanello d’allarme per le numerose cause intentate contro le aziende produttrici di combustibili fossili negli ultimi anni ed è stata accolta con comprensibile delusione dai numerosi attivisti per il clima che si erano radunati sui gradini del tribunale. Arriva, tra l’altro, all’apertura della COP29, la conferenza delle parti per la lotta al cambiamento climatico di Baku, circondata da scarse aspettative, e all’indomani dell’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha subito promesso di riportare gli Stati Uniti fuori dagli Accordi di Parigi sul clima.

«Fa male - ha commentato Donald Pols, direttore di Milieudefensie, dopo il verdetto - . Avrebbe potuto essere un passo molto importante, ma la battaglia non è ancora conclusa». A questo proposito, Pols sottolinea alcuni «punti positivi» della sentenza, come il fatto che la Corte ha detto che Shell ha una responsabilità individuale di ridurre le emissioni e che l’esplorazione di nuovi giacimenti di petrolio e gas contrasta con gli Accordi di Parigi.

«Siamo soddisfatti della decisione del tribunale che riteniamo giusta per la transizione energetica globale, per i Paesi Bassi e per la nostra azienda», ha dichiarato invce l’amministratore delegato di Shell, Wael Sawan, in una nota scritta, aggiungendo però che «il nostro obiettivo di diventare un’azienda energetica a emissioni nette zero entro il 2050 rimane al centro della strategia di Shell e sta trasformando la nostra attività».

L’anno scorso le emissioni della multinazionale britannica sono state del 30% più basse del 2016 e la compagnia prevede di investire 10-15 miliardi di dollari tra il 2023 e il 2025 in energia a basse emissioni di CO2. Tuttavia, a marzo ha abbassato i suoi target di riduzione delle emissioni basati sulla cosiddetta intensità netta di CO2 (i gas serra immessi nell’ambiente in rapporto all’energia prodotta), portandoli dal 45% (entro il 2035) al 15-20% entro il 2030, sempre in rapporto ai livelli del 2016.


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