Sfide e opportunità tra geopolitica, commercio e politica industriale
Ue punta a rafforzare la propria indipendenza attraverso accordi internazionali, politiche industriali comuni e investimenti in tecnologie chiave
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Il 2026 si è aperto con una serie di shock geopolitici che hanno immediatamente riportato al centro dell’agenda europea il tema dell’autonomia strategica. Nel solo mese di gennaio, il commercio internazionale è tornato a essere utilizzato esplicitamente come strumento di pressione politica: il presidente americano Donald Trump ha nuovamente minacciato un rialzo selettivo dei dazi verso i Paesi europei che hanno contribuito con contingenti militari alla missione in Groenlandia, segnalando una volta di più la fragilità del legame transatlantico e la disponibilità degli USA a usare la leva commerciale per obiettivi geopolitici.
Pochi giorni dopo, al World Economic Forum di Davos, il primo ministro canadese ha parlato apertamente di una “frattura del nuovo ordine mondiale”, sottolineando come le tensioni sistemiche stiano ridisegnando le alleanze economiche e politiche. Allo stesso Forum, Ursula von der Leyen ha riconosciuto che “il mondo è cambiato in modo permanente” e che questo cambiamento può essere trasformato in un’opportunità per costruire una “nuova forma di indipendenza europea”, non isolamento, ma capacità di ridurre dipendenze strutturali, economiche e politiche e di agire da soggetto globale credibile, accelerando nella costruzione di autonomia strategica.
Il primo mese del nuovo anno ha anche visto l’approvazione a maggioranza qualificata, dopo oltre 25 anni di negoziati, dell’accordo tra l’Ue e il Mercosur, e la missione europea in India di questi giorni, parte di una più ampia strategia di diversificazione commerciale e diplomatica. Su questo fronte l’UE ha anche predisposto nuovi strumenti, a cavallo tra politica commerciale e politica industriale per la transizione verde, come i Clean Trade and Investment Partnerships (Ctip), concepiti al fine di creare partenariati mutualmente vantaggiosi e rendere più resilienti le catene di fornitura, in particolare per materiali critici e tecnologie pulite.
L’autonomia strategica, che è la condizione necessaria per poter rimanere aperti al commercio internazionale difendendosi dall’utilizzo coercitivo della politica commerciale, dipenderà però anche dall’efficacia della politica industriale europea e dalla sua capacità di ridurre vulnerabilità ormai evidenti, soprattutto nel digitale. La dipendenza strutturale dagli Stati Uniti in settori chiave quali i semiconduttori, i cloud, l’intelligenza artificiale, espone l’Europa al rischio di condizionamenti esterni, non solo economici ma anche regolatori e fiscali, come dimostrano le pressioni ricorrenti sulla disciplina europea che regola i giganti tecnologici. In assenza di strumenti comuni, la capacità dell’UE di esercitare la propria sovranità normativa rischia di essere erosa.
Mentre la politica commerciale consente all’Unione di superare le divergenze grazie al voto a maggioranza qualificata, la politica industriale resta frammentata tra politiche nazionali. Il ricorso massiccio alle deroghe sugli aiuti di Stato, pur giustificato dall’emergenza, sta producendo un’Europa a più velocità, dove i Paesi con maggior spazio fiscale sostengono più aggressivamente le proprie imprese, con il rischio di frammentare il mercato unico.







