La prova

Settimana lavorativa di quattro giorni in Europa: sperimentazioni, risultati e sfide nazionali a confronto

Mentre in Italia si riapre il dossier sulla settimana lavorativa di quattro giorni, l’Europa offre un panorama frammentato tra sperimentazioni avanzate in Islanda e Germania, approcci graduali nel Nord e nuovi piloti nell’Est

di Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore), Ieva Kniukštienė (Delfi, Lituania) e Lena Kyriakidi (Efsyn, Grecia)

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Mentre in Italia torna d’attualità il dibattito sulla settimana lavorativa di quattro giorni a parità di salario, nel resto d’Europa il modello è già oggetto di test estesi, riforme mirate e ripensamenti. L’idea è semplice nella teoria — meno giorni, stessa retribuzione, produttività assicurata da una migliore organizzazione — ma l’applicazione pratica restituisce un mosaico molto meno lineare: ci sono Paesi che procedono con prudenza, altri che hanno frenato dopo i primi tentativi, e altri ancora che hanno già maturato valutazioni solide su costi e benefici.

Germania: un pilota aziendale concreto con effetti misurabili

La Germania è diventata uno dei casi più significativi nell’Unione europea riguardo alla sperimentazione della settimana lavorativa ridotta. A partire dal 2023 e nel corso del 2024, circa 45 aziende — selezionate tra realtà già orientate alla flessibilità — hanno aderito a un programma pilota che prevede quattro giorni lavorativi a settimana, mantenendo l’intera retribuzione. Il progetto segue il modello “100-80-100”: l’80% delle ore tradizionali, salario al 100% e obiettivo di totale mantenimento della produttività.

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Secondo i promotori dell’iniziativa, una settimana più breve può aumentare la motivazione dei dipendenti, la loro produttività e allo stesso tempo contribuire ad alleviare la carenza cronica di manodopera in alcuni settori tedeschi. Il bilancio iniziale sembra positivo: molte imprese partecipanti hanno segnalato un miglioramento del benessere lavorativo grazie a una riorganizzazione interna, con un uso più efficace degli strumenti digitali, meno riunioni inutili e attività più mirate.

Non mancano però le critiche. Alcuni osservatori rilevano che le aziende coinvolte nel pilota sono proprio quelle più inclini a innovare, il che potrebbe rendere i risultati meno generalizzabili a tutto il tessuto produttivo tedesco. Nonostante ciò, il tentativo resta un banco di prova concreto: se la produttività effettivamente si mantiene alta e il benessere dei lavoratori continua a crescere, il modello potrebbe fungere da catalizzatore per una riforma più ampia, anche in altri Paesi.

Belgio: via libera alla compressione dell’orario

In Belgio, il Parlamento ha approvato una riforma che offre ai lavoratori la possibilità di spalmare le ore su quattro giorni, senza riduzione della retribuzione, per un periodo di prova iniziale di sei mesi. I dipendenti possono quindi richiedere una settimana ridotta se le loro mansioni lo permettono, e hanno diritto al diritto di disconnessione, ovvero a non rispondere a messaggi o email di lavoro una volta terminato il turno.

Si tratta di una scelta legislativa che punta su flessibilità e volontarietà piuttosto che su un’imposizione rigida. L’obiettivo dichiarato è offrire ai lavoratori un miglior bilanciamento tra vita privata e lavoro, rendendo però il modello sperimentale e non automatico. Se il test avrà successo, alcuni datori di lavoro potrebbero decidere di rendere il regime permanente.

Paesi Bassi e Danimarca: il paradigma delle ore brevi

Nei Paesi Bassi e in Danimarca la “settimana corta” si declina più attraverso la riduzione complessiva delle ore lavorate che attraverso l’adozione di quattro giorni fissi. Nei Paesi Bassi la media settimanale delle ore lavorate è tra le più basse d’Europa, in gran parte grazie alla diffusione massiccia di contratti part-time. Questo rende difficile parlare di una vera e propria settimana corta “compressa” in quattro giorni, perché molti lavoratori hanno già orari ridotti, sebbene distribuiti su più giorni.

La Danimarca, invece, ha da tempo un orario settimanale relativamente contenuto — mediamente inferiore alle 34 ore — e una cultura del lavoro che valorizza il tempo libero e il bilanciamento tra vita privata e professionale. Non esiste una legge che imponga la settimana a quattro giorni, ma il modello danese è spesso citato come esempio virtuoso di organizzazione del lavoro e qualità della vita dei dipendenti.

Francia: riduzione graduale e cultura del “tempo breve”

In Francia la discussione sulla settimana lavorativa di quattro giorni si inserisce in un contesto storico già favorevole alla riduzione del tempo di lavoro. Dal 2000, infatti, la legge sulle 35 ore settimanali ha fissato un tetto legale all’orario, anche se la sua applicazione reale varia a seconda dei settori e delle tipologie contrattuali. Negli ultimi anni, alcune aziende francesi hanno sperimentato forme di compressione dell’orario, consentendo ai dipendenti di concentrare le ore settimanali su quattro giorni senza riduzione dello stipendio, soprattutto nel settore privato e nelle grandi città.

I risultati: i lavoratori riportano una migliore qualità della vita, più tempo per la famiglia e minori livelli di stress, mentre le imprese spesso non rilevano una riduzione significativa della produttività, purché siano accompagnate da una riorganizzazione interna efficace. L’adozione della settimana corta in Francia resta però ancora circoscritta e dipende fortemente dalla disponibilità delle aziende a gestire la flessibilità degli orari e dalla contrattazione collettiva locale.

Grecia: la rotta opposta e un mercato del lavoro sotto pressione

Se in molti Paesi europei si sperimenta la settimana corta, la Grecia procede invece nella direzione opposta. Nel 2025 Atene ha ampliato ulteriormente la flessibilità a favore delle imprese: la soglia massima di ore lavorabili per lo stesso datore è stata innalzata da 12 a 13 al giorno — un limite che in passato si applicava solo nel caso di più datori di lavoro — e la possibilità di distribuire l’orario settimanale su quattro giorni è stata estesa a tutto l’anno, ma senza riduzione delle ore complessive. Di fatto, quindi, non si tratta di una settimana corta “vera”, bensì di una diversa organizzazione dell’orario, che può tradursi in giornate più lunghe.

A differenza di quanto avviene altrove in Europa, la Grecia non ha avviato programmi pilota nazionali né studi sistematici sugli effetti della riduzione del tempo di lavoro in termini di errori, infortuni, salute dei dipendenti o produttività. Eppure la domanda sociale per un alleggerimento dell’orario è molto forte. La Confederazione Generale dei Lavoratori, per la prima volta lo scorso anno, ha chiesto la riduzione dell’orario settimanale a 37,5 ore su cinque giorni; il sindacato comunista PAME propone le 35 ore, mentre alcune sigle di base spingono fino alle 30 ore.

Una ricerca condotta da Metron Analysis per l’INE-GSEE nel settembre 2025 ha confermato la distanza tra le aspettative dei lavoratori e l’indirizzo del governo. Il 94% dei dipendenti del settore privato vorrebbe ridurre l’orario di almeno 2,5 ore mantenendo lo stesso stipendio; la percentuale scende al 78% in caso di taglio salariale, ma resta comunque altissima, segno della forte pressione per un riequilibrio tra lavoro e vita privata. Oltre l’80% del campione ritiene che una riduzione da 40 a 37,5 ore migliorerebbe salute mentale e fisica, vita familiare e sociale, produttività individuale e livelli di stress.

Dalla stessa indagine emerge anche un dato più strutturale: l’estensione delle giornate lavorative fino a 13 ore tende a normalizzare pratiche già diffuse. Sette lavoratori su dieci dichiarano di aver effettuato quella che prima era considerata una quinta ora di straordinario illegale; nel 67% dei casi lo hanno fatto su iniziativa del datore di lavoro. Quasi la metà ha lavorato 13 ore in un solo giorno per due o più datori di lavoro, una situazione particolarmente frequente tra gli under 30. Non sorprende dunque che il 56% degli intervistati rifiuti l’idea di una giornata da 13 ore, anche se equilibrata da più tempo libero negli altri giorni. Colpisce anche il legame con la demografia: oltre sei lavoratori su dieci affermano che l’attuale mole oraria scoraggia la decisione di avere figli o di ampliarli, con percentuali ancora più alte tra donne e single.

La Grecia formalmente permette la settimana di quattro giorni dal 2021 tramite meccanismi di flessibilità, ma fino all’ultima riforma ciò valeva solo per metà dell’anno e per settori stagionali, come quello industriale. Dopo la pandemia alcune grandi aziende — tra cui la filiale greca di Grant Thornton — hanno sperimentato una settimana breve solo nei mesi estivi, quando la pressione produttiva è inferiore. Ma l’applicazione rimane episodica, individuale e marginale, lontana dall’idea di una riforma strutturale.

Lituania: tra slancio politico e timori economici

In Lituania il tema è tornato al centro della scena grazie al forte sostegno della premier Inga Ruginienė, convinta che la settimana lavorativa a quattro giorni sia “inevitabile” e debba diventare uno standard. Ma il consenso non è unanime. Il sindacato LPSDPS, rappresentato da Aleksandras Posochovas, apprezza l’idea di alleggerire il carico quotidiano per aumentare il tempo dedicato alla famiglia e al tempo libero. Al contempo, teme però che la flessibilità del codice del lavoro lituano – con numerosi contratti alternativi e collaborazioni autonome – spinga i lavoratori, invece di riposare, a cercare altri impieghi per compensare la perdita di reddito o raggiungere obiettivi economici personali. Posochovas propone dunque una strada diversa: non semplicemente “quattro giorni”, ma una riduzione reale del monte ore settimanale, ad esempio portandolo a 36 o 35 ore, come avviene in Danimarca o Francia, offrendo alle imprese la libertà di scegliere se comprimere i giorni o accorciare le giornate lavorative.

Remigijus Žemaitaitis, esponente del partito “Nemunas Aušra”, avverte inoltre che una riduzione generalizzata potrebbe penalizzare settori già sotto pressione, come sanità e istruzione. Secondo lui, una settimana di quattro giorni potrebbe rendere necessario ricorrere a forza lavoro straniera per coprire i turni, un rischio che, sostiene, la Lituania non può permettersi.

Dal lato economico, la direttrice dell’Associazione dei retailer lituani, Rūta Vainienė, esprime forti preoccupazioni: se davvero i dipendenti lavorassero un giorno in meno, il calo nella produzione potrebbe tradursi in una perdita significativa di PIL e in minori entrate fiscali. In un’economia in cui la produttività stenta a tenere il passo con la crescita salariale, ridurre le ore di lavoro senza compensare con efficienza – spiega – è un azzardo.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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