Biografia

Sette fanatiche per le quali scrivere è vivere

In un momento di crisi, Lydie Salvayre si butta a capofitto nelle opere di sette grandi autrici: Emily Brontë, Colette, Virginia Woolf, Djuna Barnes, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann, Sylvia Plath e ne esce rigenerata

di Lara Ricci

 Lydie Salvayre /Epa

5' di lettura

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«Un anno fa ho riletto tutti i loro libri. Stavo attraversando un periodo buio. Il desiderio di scrivere mi aveva abbandonata. Ma avevo ancora quello di leggere. Avevo bisogno di aria, di vivacità. Quelle letture mi diedero entrambe le cose. Vivevo con loro, mi addormentavo con loro. Le sognavo». Oltre venti libri già pubblicati, nel 2012 la scrittrice francese di origine spagnola, Lydie Salvayre, è in crisi. Si butta a capofitto nelle opere di sette grandi autrici: Emily Brontë, Colette, Virginia Woolf, Djuna Barnes, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann, Sylvia Plath. Divorata la loro letteratura, per prolungare la felicità che leggerle le aveva provocato, inizia a immergersi nelle loro biografie e nelle loro corrispondenze. Proprio lei, che aveva «sempre considerato con sommo sdegno l’idea di raccogliere informazioni sulla vita degli autori». E poi decide di raccontarle, nei sette capitoli di Sette donne (Prehistorica editore, traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, pagg. 232, euro 18). Due anni dopo vince il Goncourt con il romanzo Non piangere (sempre edito da Prehistorica, nel 2014, che ha in corso di pubblicazione altre sue opere). La incontriamo a Mantova, a Festivaletteratura. Dovrebbe essere stanca, è appena arrivata da Nîmes, ha 77 anni, e invece ci inonda di pura energia: il suo entusiasmo, la sua intensità, sono travolgenti. Le faccio la prima domanda e, solo rispondendo a quella, risponde a alcune altre che avevo preparate.

Perché, in un certo momento della sua vita, quando aveva già una lunga carriera di scrittrice alle spalle, ha sentito il bisogno di immergersi nelle opere, e poi nella vita, di sette autrici che l’hanno preceduta?

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Perché le ammiravo, perché senza dubbio si preparava questo movimento che si è confermato dopo che consiste nel far rivivere le donne che sono state dimenticate, maltrattate, ignorate o peggio, vilipese, come Emily Brontë, che all’uscita di Cime tempestose è stata attaccata dai critici che hanno detto che il suo romanzo era rozzo, grossolano, volgare, contrario all’arte, moralmente indifendibile e cose simili. In Francia ha sempre avuto molto ascolto un saggio di Marcel Proust, Contro Sainte-Beuve, in cui sostiene che la vita di uno scrittore e la sua scrittura non hanno inente a che vedere. Io avevo sempre pensato fosse così, e invece mi rendevo conto che l’opera e la vita di queste donne non erano separate, e molte lo rivendicavano anche: Marina Cvetaeva, per esempio scriveva viverescrivere in una sola parola. Mi pareva che l’esperienza, la vita quotidiana non fossero separate dalla loro letteratura, al contrario erano coincidenti. E non era uno slogan, si vedeva per esempio nelle poesie di Silvia Plath, dove un verso di assoluto lirismo può introdurre una frase prosaica sul cucinare. O in Cvetaeva, che interrompeva un verso se l’emozione era troppo forte, se l’emozione della vita prevaleva sulla scrittura. Tutte queste autrici sono molto lontane dal formalismo. E hanno tutte un’esperienza estrema del dolore, come se questo portasse la lingua al suo più alto livello. In Plath è così evidente. La sofferenza, invece di farle tacere, rendeva la loro parola più forte. Mi ha molto fatto riflettere il rapporto tra dolore e creazione. Antonin Artaud diceva che scriviamo per uscire dall’inferno e Woolf diceva che se non scriveva diventava folle. Vivevano in un’epoca in cui le donne potevano solo ricamarePerché parlavo di follia, l’aver avuto difficultà culturali, vivere in un’epoca in cui le donne potevano solo ricavare e cvetaeva in un contesto politico che ha fatto si che sia rejete dall’unione sovietica e dai russi bianchi e plath perché aveva un nemico interiore. Woolf il demone nero e della depressione. Oggi sarebbe catalegate come bipolari tanto avevano l’impressione che la scrittura arrivava senza sforzo, che le parole venivano senza sforzo e poi woolf una volta il libro concluso,la depressione, plath che viveva con uno scrittore famoso e aveva l’impressione di essere una bambola vivente. E c’era tanto dolore in questo. Loro sollevavano delle domande che saranno poi poste momlto dopo. Orlado il genere

Genre come farà baudelarire

Bachman descrive quello che ora ciameremmo un femminicidio invisibile, discreto, legale, il matrimonio, in cui un uomo distrugge la moglie in nella più grande legalità e nell’ignoranza di tutto, è questo frnaza. E baum che descrive un amore tra due donne, anche questo mi pare molto in anticipo sui tempi.

Lavorare sulle opere e sulla biografia di queste donne, cosa le ha insegnato come scrittrice? 

Che l’esperienza viene prima di tutto, cse no è menzogna. Ho l’impressione che un libro sia tanto più forte se parla di un’esperienza vissuta e non di elucubrazioni immaginarie. A volte l’esperienza è trasposta, romanzata, deformata, ma credo che scriviamo sempre a partire da qualcosa di vissuto. Viverescrivere, come diceva Cvetaeva.

Non siamo state educate sui libri di autrici, se non in pochissimi casi, ancor meno sulla loro vita. Pensa che questo possa aver avuto delle conseguenze?

Certamente. E prima era anche peggio. Questo rende le scrittirici di cui parlo ancora più eroiche. Al tepo di Brontë per esempio leggere il giornale per una donna era una specie di crimine. Al tempo di Colette bisognava chiedere autorizzazione per portare un paio di pantaloni. Scrivere, per una donna, singificava disturbare l’ordine familiare, culturale, sessuale. Ma loro ignorano questo tabu, scrivono lo stesso. Fra loro, quella che forse amo di più è Emily Brontë: ha scritto quello secondo Georges Bataille è «forse la più bella, la più violenta delle storie d’amore», un romanzo che abborda la questione del male nell’uomo, la pulsione distruttrice, e lei non ha mai vissuto storie d’amore! Devo dunque contraddirmi rispetto a quanto ho detto sull’esperienza. Ha vissuto in un isolamento culturale fenomenale, in questo villaggio sperduto, ma era molto all’ascolto degli altri. Era geniale. Si occupava delle faccende di casa, di fare la spesa, di suo fratello tubercolotico, la sua quotidianità era tutto tranne le elucubrazioni teoriche, era iscritto nel reale più reale, ma in compenso può immmaginare un personaggio come Heathcliff, la sua discesa negli abissi dell’animo umano, non avendo mai conosciuto una storia d’amore. È straordinario.

In Orlando, invece, l’esperienza di Woolf è al cuore del libro, la sua storia d’amore con Vita Sackville-West. È uno dei romanzi d’amore che preferisco, perché è divertente, malizoso.

Sono donne che hanno parlato del dolore come nessun altro e allo stesso tempo mi danno forza È questo il mistero, l’enigma delle loro opere. Sono a volte disperate, il loro è un grido di dolore smisurato, grandioso, e allo stesso tempo quando le leggiamo non ci sentiamo abbattute.

Cvetaeva diceva: «rifiuto di urlare con la muta dei lupi reggenti»: in queste donne non c’è nessua condiscendenza con qualunque potere o desiderio di corteggiare un pubblico. Anche questo amo di loro. Fanno scelte coraggiose, singolari, ma non cercano di piacere a ogni prezzo. Tranne Colette, che ha sposato uomini di potere, ha avuto potere, ha presieduto il Goncourt, ha avuto dei funerali nazionali, usava lo scandalo, ma è una donna che non ha avuto una fine disperata, e ne volevo una così nel mio libro. Le altre hanno avuto morti terribili, destini terribili, e scritto opere di una forza rara.

Riproduzione riservata ©
  • Lara Ricci

    Lara Riccivicecaposervizio curatrice delle pagine di letteratura e poesia

    Luogo: Milano e Ginevra

    Lingue parlate: Inglese e francese correntemente, tedesco scolastico

    Argomenti: Letteratura, poesia, scienza, diritti umani

    Premi: Voltolino, Piazzano, Laigueglia, Quasimodo

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