Musica

Sessant’anni di Jovanotti, l’eterno «ragazzo fortunato» che amava camminare

Compleanno tondo per Lorenzo Cherubini, dj televisivo, rapper e ideologo della «Grande Chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa»

I sessant’anni di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, nello stile pop dei ritratti di Andy Warhol: immagine realizzata dall’intelligenza artificiale su prompt dell’autore di questo articolo

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«La fortuna sorride a chi cammina, non a chi resta fermo ad aspettarla», diceva un tizio. Forse il segreto è proprio quello: Lorenzo Cherubini è sempre stato un camminatore entusiasta, che si trattasse di muoversi sulle orme di Francesco d’Assisi o fare trekking in Patagonia. Dagli anni Ottanta a oggi non s’è fermato un attimo, l’eterno Jovanotti d’Italia, e così s’è ritrovato a essere, per sua stessa ammissione, un «ragazzo fortunato» cui hanno «regalato un sogno». Forse anche due, tre, quattro, quante sono state le occasioni che la vita gli ha riservato. E oggi, 27 settembre, compie 60 anni, traguardo che renderebbe dissonante il suo nome d’arte, se soltanto fosse uno qualunque. Ma Jovanotti uno qualunque non lo è mai stato e le dissonanze hanno sempre fatto parte del suo repertorio.

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Che vi piaccia o meno, è un’icona generazionale per chi da noi è nato tra la metà degli anni Sessanta e il 1980, quella che in America chiamano la Generazione X e fa pensare subito a Kurt Cobain e Jeff Buckley. Il nostro giovane favoloso, però, è meno tormentato: nasce a Roma, terzo di quattro figli, da una famiglia originaria di Cortona, proprio dove San Francesco fondò l’eremo delle Celle. Il padre Mario fa parte del corpo della Gendarmeria Vaticana, il figlio frequenta il liceo scientifico Malpighi, in zona Buon Pastore, ma è appassionato di musica, vuole fare il dj.

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E così si mette a camminare tra le emittenti libere, come Radio Antenna Musica, e le discoteche della Capitale, con una valigia piena di mix e la cifra stilistica dell’entusiasmo, finché non lo nota Claudio Cecchetto, disc jockey, volto televisivo, talent scout di gran fiuto e inventore del Gioca Jouer, uno che a 27 anni aveva già condotto Sanremo. Scocca la scintilla e Cecchetto si porta Jovanotti a Radio Deejay, creatura di sua proprietà che presto dialogherà con la Fininvest di Silvio Berlusconi, dando vita all’esperimento Deejay Television.

Anche in questo caso che vi piaccia o meno, Cecchetto mette in piedi un dream team composto da Gerry Scotti, Linus, Fiorello, Amadeus e appunto Jovanotti, che per i ragazzi degli anni Ottanta, generazione del disimpegno, diventa presto ciò che Marx, Engels, Lenin, Mao e il Che erano stati per i ragazzi degli anni Settanta. Lorenzo, col cappellino Boy London preso in prestito dai punk, le collane metalliche da rapper e il «chiodo» rosso che rivisitava il mito di Fonzie, ha da subito un successo strepitoso. Lancia videoclip, poi a un certo punto si mette a cantare in un grammelot inglese che un po’ è figlio della Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano.

Nessuno, fino ad allora, ha mai provato a fare rap in Italia e, quando Jovanotti fa uscire il singolo Gimme Five e l’album Jovanotti for president (1988), è un trionfo da mezzo milione di copie vendute. L’anno successivo non può non finire a Sanremo e allora comincia a cantare in italiano, all’insegna del dadaismo vascorossiano, con un brano che si chiama appunto Vasco, ma forse è contro la droga («No, Vasco, no, Vasco, io non ci casco/ Perché io non mi fido di chi non suda mai»), arriva quinto e finisce nell’album La mia moto. Parallelamente fa il servizio militare e la sua «naja» diventa per i teenager italici quello che decenni prima era stato il servizio militare di Elvis dall’altra parte dell’Atlantico. Compreso servizio televisivo sulla festa di congedo in onda su Italia 1.

La formula del bravo ragazzo sembra entrare un po’ in crisi all’inizio degli anni Novanta, quando Jovanotti consegna comunque a Pippo Baudo, come sigla di chiusura di Fantastico 90, un altro tormentone: Ciao Mamma. Ma il ragazzo non smette di camminare. Farà un disco di transizione (Una tribù che balla nel ’91), poi capisce che la strada giusta verso un successo più adulto è quella del rap in italiano, ma per percorrerla bisogna innanzitutto costruirla.

Si fa aiutare da musicisti di grande talento, come Saturnino e Demo Morselli, e sforna la trilogia Lorenzo 1992, Lorenzo 1994 e Lorenzo 1997, pezzi che - piacciano o no - nella loro semplicità entrano di diritto nel canzoniere italiano contemporaneo, come Non m’annoio, Penso positivo e Bella. Rap sì, ma parecchio pop. Non mancano le critiche alla sua via di Damasco intellettuale, a quel Keruac citato un’intervista sì e una no, a quella visione del mondo abbastanza naif che lo porta a credere che esista «solo una Grande Chiesa/ Che passa da Che Guevara/ E arriva fino a Madre Teresa/ Passando da Malcom X/ Attraverso Gandhi e San Patrignano». Una coincidenza degli opposti che sarebbe sembrata ardita persino a Cusano.

Il resto è storia recente: gli album prodotti da sua eminenza Rick Rubin, il format concertistico Jova Beach Party, l’incidente in bici a Santo Domingo nel 2023 e la lunga convalescenza, fino all’album Il corpo umano (2025), al ritorno dal vivo e ai 3,4 milioni di ascoltatori su Spotify. Oggi che il rap in Italia è diventato il nuovo mainstream, Jovanotti è ancora qua, perfetto interprete dei «giovanotti» della sua generazione, buonista ma piena di contraddizioni. E non solo. Pochi ricorderanno che nel 1988 s’inventò lo pseudonimo di Gino Latino per spingersi più a largo nel mood discotecaro. «Chi è Gino Latino? Il re dei maranza», spiegava Lorenzo. Che gran camminatore, il nostro sessantenne! Già una quarantina di anni fa era arrivato dove siamo noi adesso.

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