Siamo troppo lenti rispetto agli altri Paesi, ad esempio Francia e Germania per quanto riguarda le politiche pubbliche, o i Paesi scandinavi per quanto riguarda le scelte aziendali. Lì la cultura della conciliazione è all’interno delle imprese, è nella testa dei manager, dei titolari, che sanno che la conciliazione vita-lavoro crea una situazione “win-win-win”. Vince il dipendente, perché organizza meglio la propria vita; vince l’azienda, perché trattiene i dipendenti migliori e li rende più produttivi; vince il territorio, perché contrasta la desertificazione, attraverso una comunità che cresce e si riconosce in essa.
Il ritardo della Lombardia è legato al fatto che ha un tessuto industriale formato soprattutto da piccole aziende?
Sì. Nelle grandi aziende questa attenzione ormai c’è, anche se va rafforzata e migliorata. La sfida per il Paese e per il territorio è portare questa cultura nel tessuto delle medie e piccole aziende, perché è lì che in Italia si fa la differenza. Quello che funziona solo con le grandi imprese, nel nostro Paese non potrà mai diventare mai un processo di reale cambiamento anche culturale, rimarrà sempre qualcosa di minoritario. Servono soluzioni e servizi che le piccole e medie imprese possano adottare con successo. Occorre incentivare le Pmi ad attuare queste politiche e fornire servizi di consulenza per aiutarle, ad esempio creando reti di imprese o piattaforme comuni di welfare aziendale. Basta usare le Pmi come alibi: occorre ribaltare l’approccio e pensare a strumenti proprio per loro.
Esistono modelli di successo da seguire?
La Lombardia ha grandi potenzialità, ma è un territorio troppo eterogeneo, con alcuni comparti che rimangono indietro rispetto a questi processi e trasformazioni. All’interno della regione ci sono alcune esperienze positive, che però non hanno avuto finora la capacità di diventare massa critica e cambiamento sistemico.