Selezione del personale, perché mettere in discussione la centralità del curriculum
Una riflessione sull'importanza di valutare le competenze dei candidati anziché basarsi esclusivamente sul curriculum vitae
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Negli ultimi anni il mondo delle aziende si è interrogato in mille modi su come ridurre le discriminazioni nei processi di selezione del personale.
Esistono molti studi che dimostrano l’esistenza di fortissimi “bias” (condizionamenti che impediscono al selezionatore di essere imparziale) nella valutazione dei candidati. A causa di questi bias la “competizione” sarebbe falsata perché alcuni candidati sarebbero favoriti in partenza e altri condannati in partenza.
Da anni si parla di blind recruiting, vale a dire di meccanismi per rendere il più possibile anonimi i Curriculum Vitae (CV) in modo tale che gli esseri umani e gli algoritmi non si ritrovino a discriminare una persona sulla base del sesso, dell’età, della provenienza geografica, o di altre caratteristiche personali.
Si tratta di lodevoli intenzioni che tuttavia probabilmente non riescono a risolvere il problema perché non arrivano a mettere in discussione la principale vera fonte di discriminazione: il CV stesso.
Se ci pensiamo bene, i processi di recruiting in azienda, con l’eccezione parziale delle selezioni dei neolaureati, sono processi di selezione “CV-centrici”. Il primo elemento di valutazione è la storia del candidato. Vuoi essere il mio futuro responsabile del controllo di gestione? Vediamo innanzitutto se l’hai già fatto. Poi parleremo, mi spiegherai, mi dimostrerai attraverso dei test che sei in gamba, ma se non l’hai già fatto o se non hai già fatto qualcosa di simile o propedeutico non cominciamo nemmeno.








