In fiera

Segnali di ripresa a Hong Kong

La guerra in Medioriente per ora non influenza il mercato. Resiste la fascia bassa di prezzo e torna interesse sulla fascia alta

di Silvia Anna Barrilà

Tra gli stand di Art Basel Hong Kong

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A vederla dalla Cina, la guerra in Medioriente sembra lontana. Benché la Cina dipenda dal petrolio iraniano, infatti, non ci sono ancora conseguenze significative sulle abitudini e i consumi delle persone, per cui anche tra i corridoi della fiera Art Basel Hong Kong, in corso fino a domani, gli effetti per il momento non si sono sentiti. Anzi, c’è aria di ripresa rispetto al rallentamento degli ultimi due anni, secondo un trend che si è palesato a livello globale già nella seconda metà del 2025. È vero che Art Basel Hong Kong è una fiera “lenta”, come oramai un po’ tutte le fiere, in cui collezionisti e acquirenti riflettono, studiano, devono conoscere la galleria (lo sanno bene i galleristi italiani che da anni la frequentano), per cui il bilancio si farà alla fine, ma già nelle prime ora ci sono stati segnali positivi. Gli operatori hanno apprezzato le conversazioni con un pubblico di livello e hanno anche venduto. “Nella fascia di prezzo più contenuta, nella quale operiamo noi, la crisi non si sente” ha commentato Simon Wang di Antenna Space di Shanghai, che proprio in questi giorni ha aperto uno spazio permanente a Hong Kong, spinto da due motivi: la censura che incontrano alcuni suoi artisti nella Cina continentale e le difficoltà nelle importazioni.

Art Basel Hong Kong. Courtesy Art Basel

La ripresa del mercato

Anche l’italiano Enrico Polato, fondatore di Capsule Shanghai, ha aperto un pop-up a Hong Kong durante la fiera, nel vibrante quartiere di Wong Chuk Hang, a sud dell’isola, dove si concentrano gli spazi più interessanti. “Sono stupito dalla risposta del mercato – ha commentato – c’è una buona energia”. In fiera è presente nella nuova sezione Echoes, creata per opere fresche di massimo tre artisti, con uno stand condiviso con la galleria berlinese Klemm’s con Leelee Chang, Elizabeth Jaeger e Yan Xinyue (prezzi in stand 6-30 mila dollari).

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Ma anche nella fascia alta del mercato ci sono state delle sorprese. “Nella prima ora di apertura ai Vip sono stati fatturati circa 10-20 milioni solo con quattro o cinque opere” ha commentato Vincenzo de Bellis, Chief Artistic Officer and Global Director of Fairs, “tra cui una scultura di Calder da 4,5 milioni di dollari da Pace, un dipinto di Agnes Martin da 5 milioni, un Picabia da 2,8 milioni. Percepiamo una ripresa, ma manteniamo la cautela. Sicuramente Hong Kong è il luogo in cui converge tutta l’Asia. Confermiamo anche il nostro impegno nei confronti del Medioriente, staremo a vedere come si evolve la situazione”.

Yan Xinyue, «The answer is blowing in the wind #3», 2026, olio su tela, 106 x 142 cm. Courtesy Capsule Shanghai

Non solo Cina

I visitatori presenti per la settimana dell’arte non sono solo cinesi, seppur in maggioranza. Arrivano da Giappone, Corea e Sudest asiatico, che è cresciuto tantissimo, con Singapore, Malesia, Indonesia, Thailandia. Molti stanno costruendo musei nella regione, come il collezionista Marcus Tan a Kuala Lumpur, o la Fondazione Ayala a Manila. “Ho notato dapprima una leggera reticenza” ha commentato Alicia Ong, art advisor di Singapore con un passato in finanza. “Alcuni europei hanno saltato la fiera e l’incertezza ha influenzato alcuni acquirenti. Tuttavia, l’energia è aumentata nel corso delle prime due ore, sostenuta da un pubblico giovane. Opere di qualità e rare di nomi di primo piano sono state riservate o vendute. Le mega gallerie hanno registrato buona affluenza. L’atteggiamento diffuso è ‘aspettiamo e vediamo’”. “Nel primo giorno di apertura l’energia si è sentita” ha commentato Kyoko Tamura, collezionista giapponese, “si continua a comprare, solo più lentamente e con più cautela. I prezzi per gli artisti giovani sembrano un po’ gonfiati, per cui i collezionisti seri con budget più elevati si rivolgono ai nomi blu-chip per sicurezza e stabilità. Si chiedono se è un valore duraturo o solo una tendenza stagionale, da quale galleria è supportato l’artista, chi altro sta acquistando. Per giapponesi e coreani, inoltre, il potere d’acquisto è alquanto influenzato dalle loro valute deboli.”

Una certa attività del mercato si è notata anche guardando solo la logistica: “Quest’anno abbiamo notato che le gallerie hanno portato opere più grandi” ha commentato Lewis Cheng, fondatore dell’art storage Eythos, “sono pronte a rischiare di più, anche introducendo delle novità. E poi ci vengono richieste più sostituzioni di opere negli stand: alle cinque del pomeriggio del primo giorno di fiera eravamo già al completo con le prenotazioni per i cambi in vista del giorno successivo”.

Ota Fine Arts, Art Basel Hong Kong 2026. Courtesy of Art Basel

I dati macroeconomici

La ripresa del mercato riflette la crescita dell’economia. Secondo dati della Hong Kong Monetary Authority (HKMA), l’economia di Hong Kong ha mostrato chiari segnali di ripresa alla fine del 2025 e all’inizio del 2026, con il Pil reale nel quarto trimestre del 2025 cresciuto del 3,8% su base annua; le esportazioni di beni sono aumentate del 15,5% e quelle di servizi del 4,8%. “Nell’ultima parte dell’anno abbiamo avuto una ripresa molto forte sui mercati finanziari, che si riflette nella performance del mercato dell’arte” ha spiegato Adrian Zuercher, Co-Head Global Asset Allocation and Co-Head Global Investment Management APAC in Ubs Chief Investment office. “Hong Kong, per la prima volta, ha avuto il mercato Ipo più forte, per cui molte società sono state quotate, più che in qualsiasi altro posto al mondo. Hong Kong non è solo un gateway verso la Cina, ma è diventata anche un gateway della Cina per andare a livello globale. Inoltre, Hong Kong ama il settore immobiliare, e anche qui l’anno scorso i prezzi hanno ricominciato a salire.” Un altro trend particolarmente interessante è quello del ricambio generazionale e del trasferimento delle ricchezze alle mogli (in linea orizzontale) prima di passare ai figli (in linea verticale), per cui nei prossimi 10-15 anni si prevede una crescita del collezionismo femminile e conseguenze positive anche sul mercato dell’arte.

Stefano Arienti, «Vaso con iris (da Van Gogh)» e «Vaso con dodici girasoli (da Vincent Van Gogh)», 2026, plastilina su poster montato su pannello, 89 x 69 cm, fotografia di Andrea Rossetti. Courtesy Galleria Minini

Le sezioni in fiera

Ma c’è anche la vivacità del settore tecnologico in Asia, che in fiera si riflette in un’altra nuova sezione, chiamata Zero 10, mentre si conferma per la qualità delle proposte la sezione Insights, con approfondimenti e riscoperte. Per esempio, Zhu Xinjian da Lucie Chang Fine Arts, artista già noto in Cina, maestro dell’inchiostro, che ora la gallerista sta riposizionando nel contesto contemporaneo. “La tecnica è tradizionale” spiega Chang, “ma il messaggio è molto attuale, con i ritratti di donne moderne, i primi nudi a colori già negli anni 80, i temi erotici. Spesso i collezionisti cinesi associano al concetto di contemporaneo l’arte occidentale, ma c’è anche il nostro contemporaneo, in cui bisogna credere”. La gallerista porterà le opere anche a Venezia durante la Biennale per la prima mostra del nuovo spazio Serica, vicino all’Arsenale (prezzi in stand da circa 1.700 a 250 mila euro).

L’arte italiana

Presenti anche diversi galleristi e artisti italiani, sia storicizzati, come Morandi o Salvo, sia giovani. Per esempio, Marinella Senatore nella sezione Kabinett – gabinetti curati dedicati ad un solo artista all’interno degli stand – da Mazzoleni, che ha ricevuto ottimi riscontri grazie all’attenzione istituzionale di cui sta attualmente godendo in Cina, alla Biennale di Chengdu e, prossimamente, all’UCCA di Beijing. Minini ha portato due opere di Stefano Arienti della serie dei Van Gogh realizzati con la plastilina – un riferimento ironico alla bolla speculativa giapponese del mercato impressionista e post-impressionista degli anni Ottanta – che hanno destato tanta curiosità, accanto a Jacopo Benassi e Ivana Bašić, attualmente alla Biennale di Taipei. Umberto Di Marino, invece, ha osato con una riscoperta, Betty Bee, artista napoletana pioniera di un linguaggio del corpo femminista, che ha avuto grande successo negli anni Novanta (la prima recensione su un artista italiana su Artforum è stata proprio su di lei, nel 1994), ma poi è scomparsa dai radar a causa del suo rifiuto del sistema e del mercato. Fuori dalla fiera, tre giovani italiani, Marco Eusepi, Alessandro Giannì e Andrea Polichetti, sono ospiti del locale Moyo, grazie all’iniziativa di Francesco Lee, ristoratore italo-coreano, e Riccardo Chesti, direttore da Massimo De Carlo.

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