Segnalare la polizia via Whatsapp (e non solo), ecco cosa si rischia
di Maurizio Caprino
4' di lettura
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C’era una volta il lampeggio di avvertimento. Cioè il guidatore che ti avvisava con ripetuti colpi di fari abbaglianti che a breve avresti trovato una pattuglia appostata a bordo strada per controlli. Troppo rischioso, quando le forze dell’ordine decidono di dare una stretta. Oggi si può fare in modo molto più discreto (ma anche infinitamente più pericoloso) prendendo in mano il telefonino e avvisando i propri contatti su Whatsapp. Ma si rischia anche così: ieri la Polizia di Agrigento ha denunciato 62 persone per interruzione di pubblico servizio.
Senza contare che da circa un decennio la tecnologia ha di fatto istituzionalizzato gli avvertimenti, con navigatori interattivi che collegano i loro possessori a una community di conducenti che segnala a tutti gli altri membri tutte le difficoltà che incontra sul suo percorso. Quindi anche gli appostamenti di pattuglie. Fondamentalmente, una versione moderna delle comunicazioni radio da sempre diffuse fra gli autotrasportatori e fra i radioamatori.
Gli avvisi via Whatsapp
Telefonini, smartphone e social network hanno permesso un salto di qualità. Tanto che, nel caso di Agrigento, i denunciati si erano organizzati, costituendo un gruppo su Whatsapp.
Normalmente i gruppi sui social agevolano il lavoro delle forze dell’ordine, per esempio quando i cittadini che abitano in una zona si scambiano segnalazioni su movimenti sospetti, furti eccetera. E gli stessi appartenenti alle forze dell’ordine hanno loro gruppi informali a livello territoriale, perché hanno capito che così certe informazioni possono circolare più rapidamente tra i diversi corpi di polizia, con benefici per tutti.

