I protagonisti della moda

Se smetti di cercare, smetti di vivere: l’estetica di Alessandro Michele

Una tavolozza di oggetti e vite passate, presenti e future. Con un approccio vorace e poetico. La moda, per il direttore creativo di Valentino, è soprattutto libertà.

di Massimiliano Sortino

Un ritratto di Alessandro Michele, direttore creativo della Maison VALENTINO. ©Fabio Lovino

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La pioggia cade sottile su piazza Mignanelli, a Roma, trasformando i sampietrini in specchi neri che riflettono la facciata tardo-rinascimentale del palazzo in cui Valentino Garavani ha dato vita alle sue creazioni per più di 40 anni. C’è una luce strana oggi, una penombra cinerea che sembra sospesa tra il passato e il futuro, carica di quello struggimento tutto romano che anticipa la primavera. Davanti all’ingresso, la scultura I’ll Be Your Mirror di Joana Vasconcelos — un groviglio di bronzo e superfici riflettenti che frammentano il mondo — accoglie chi entra. È un’immagine potente che mi riporta immediatamente alla mente il debutto di Alessandro Michele come direttore creativo della maison, due anni fa, con Pavillon des Folies: le modelle camminavano su un pavimento di cristalli infranti sulle note di un’aria del XVII secolo, La Passacaglia della Vita e celebravano la caducità dell’esistenza. Un richiamo di frammentazione e rinascita che oggi, davanti all’opera dell’artista portoghese, sembra assumere un significato di continuità. Eppure l’installazione ha poco a che fare con il brand oggi guidato da Michele. L’opera è stata infatti fortemente voluta dalla Fondazione PM23, nuovo capitolo del percorso immaginato da Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti prima della scomparsa del couturier: non solo una sede museale, ma un impegno per restituire alla città uno spazio dedicato all’arte e alla cultura.

Dettaglio della cuffia di piume del look 2 della collezione Haute Couture 2026 Specula Mundi.

C’è però un filo rosso che unisce la maison, il suo fondatore e Michele, intessuto di nostalgia, nobile indolenza, ma soprattutto amore per la Città Eterna. È una questione di destini incrociati, di legami che si riannodano nel luogo in cui la stratificazione del tempo celebra la bellezza: un perimetro che il creativo definisce «terapeutico, narcotico come quell’amante insopportabile che ti costringe a restare». La scelta di presentare la collezione autunno/inverno 26-27 a Roma abbandonando, solo per questa stagione, la settimana della moda di Parigi, nasce così. Fortemente voluta dal direttore creativo, segna un ritorno alle origini. Un riavvicinamento che, confessa lo stilista, è parte di un disegno più grande: «A volte il destino lavora in maniera precisa, nulla succede per caso. Sfilare a Roma era già stato deciso prima della morte del signor Valentino. Credo sia bello poter raccontare questa maison nel luogo in cui è stata fondata».

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Dalla collezione VALENTINO Fireflies P/E 26: camicia in crêpe satin e gonna in velluto, borsa VALENTINO GARAVANI Djuna in pelle.

Il marchio nasce a Roma nel 1960 dal genio di Valentino Garavani e dall’intuizione imprenditoriale di Giancarlo Giammetti, compagno d’affari e d’affetti, debuttando con un’eleganza che fonde il fascino dell’haute couture francese alla sensualità italiana. Nonostante le radici nella capitale, il rapporto con Parigi è sempre stato viscerale: nel 1975 la casa di moda sposta le sfilate del prêt-à-porter nella Ville Lumière, consolidando un’estetica cosmopolita che ha unito le due metropoli del lusso. Per quasi quattro decenni Garavani e Giammetti ne mantengono la proprietà, guidando l’espansione verso accessori e profumi, per poi decidere, nel 1998, di vendere l’azienda alla Holding di Partecipazioni Industriali (HdP) che quattro anni dopo la cede al gruppo tessile Marzotto. Nel 2007 un nuovo cambio, l’ingresso nel portafoglio del fondo Permira, fino alla svolta più significativa del 2012: la Qatar-based Mayhoola for Investments S.P.C. ne acquisisce il controllo, dando nuova linfa al marchio. In tempi recenti l’assetto societario viene ulteriormente ridefinito: nel luglio 2023 il colosso francese Kering, proprietario di Gucci, Bottega Veneta, Balenciaga e Saint Laurent, acquista il 30 per cento di Valentino, con un’opzione per acquisirne la totalità entro il 2029.

Abito in chiffon con ricami di paillettes

Varcare la soglia dello studio che fu di Garavani, poi di Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, dal 2008 al 2016 in tandem, e poi solo di quest’ultimo fino al marzo 2024, è come entrare in una camera delle meraviglie. La più grande sala da ricevimento del palazzo barocco, convertita in studio privato dal fondatore, oggi è diventata un interno domestico, una specie di tempio animista. L’ambiente è una stratificazione del gusto estetico dei suoi precedenti occupanti: dal soffitto a cassettoni del tardo Seicento agli affreschi ottocenteschi, fino alla carta da parati simil-boiserie voluta da Valentino Garavani negli anni Ottanta e ora consumata dal tempo. «È una sorta di inquietante conversazione con questo bellissimo soffitto. Mi piacciono gli ambienti délabré», mi spiega Alessandro Michele invitandomi ad accomodarmi accanto a lui su una dormeuse del XVIII secolo dai cuscini di raso giallo. Indossa un maglione con pecore ricamate, pantaloni in velluto marroni e sneakers. I lunghi capelli corvini sono sciolti sulle spalle e incorniciano il viso chiaro, gli occhi neri profondi, un po’ sognanti, ma con un’acutezza curiosa. Le dita scintillano di anelli in oro antico e dai polsi escono grandi bracciali in oro e corallo. Tra consolle del Settecento, paraventi con capricci archeologici e vasi di Capodimonte, sui tavoli sono disposti coroncine neoclassiche e antichi ventagli, ma anche un maialino portafortuna e un grande gatto di ceramica, regali — mi confesserà poi il designer — dell’amico Elton John.

Top con inserti in chiffon di seta e pantaloni in duchesse, borsa VALENTINO GARAVANI Panthea con lavorazione chevron in pelle.

 

Due anni fa Michele è entrato in possesso di un tesoro immenso: l’archivio di Valentino. «È stato un incontro magico. Mi sono imbattuto in un mondo abitato di creazioni che raccontano storie, animato da persone e opere d’arte. Le collezioni di Garavani nascevano da tutto ciò di cui amava circondarsi: statue romane, porcellane cinesi e coperte tibetane. Lui amava i drappeggi, come quelli dei togati dell’Antica Roma o di Madame Grès. Nel suo archivio sono andato alla ricerca sia di lui e della sua personalità sia di me stesso, ma in modo poetico». Riconosco il carisma, l’affabilità, l’approccio intellettualmente vorace che sono il suo tratto più evidente, ovunque si trovi. Durante la direzione artistica di Gucci, dal 2015 al 2022, ha portato il fatturato dai 4 ai 10 miliardi di euro. «Ho lasciato l’azienda perché c’era qualcosa che non funzionava più», racconta adesso. «La crescita aveva toccato dimensioni non più umane. Era impossibile, non era più naturale. Bisogna curare il modo in cui si cresce e bisogna farlo lentamente. È come per il corpo, ci vuole tempo». Poi si guarda intorno e riprende: «Valentino è un club, una casa grande dove ci si conosce tutti. Qui il prêt-à-porter ragiona con un approccio da alta moda. Se devo creare una gonna, di cui devo vendere più di 2mila pezzi, e chiedo di cambiare la fodera, qui si fa perché le sarte e le première ragionano in modo poetico».

Backstage dalla collezione Specula Mundi, VALENTINOHaute Couture 2026. Da sinistra, top a clessidra in tulle con couvette di 3 e 4 millimetri montate a catenella, bustino con baschina in peau de soie; top in mikado con fodera a vista in gazar, gonna in raso; giacca con elementi montati a mano con la tecnica del cucito voltato e impunturato (300 ore di lavorazione)

Tra l’addio a Gucci e la nomina romana, il designer si è concesso un anno sabbatico. Bloccato da un accordo di non concorrenza, è tornato a studiare, frequentando le lezioni di urbanistica alla Sapienza del compagno Giovanni Attili: «Volevo essere uno dei tanti studenti, passare tutto il giorno in aula e poi fare una pausa al bar di San Pietro in Vincoli. Lo studio è un privilegio. Vorrei iscrivermi ancora all’università per dedicare del tempo al sapere». In questi anni il compagno gli è sempre rimasto accanto: «La regia dei miei show nasce così: esco dall’ufficio a tarda sera ed entro nello studio di Vanni e fino a notte inoltrata facciamo brainstorming. Lavoriamo insieme sulle musiche. È un lavoro domestico, familiare». In questo periodo ha anche dato alle stampe La vita delle forme, scritto con il filosofo Emanuele Coccia, opera in cui esplorano l’identità di genere e la bellezza come ibridazione: «Fin dall’inizio ho perseguito un ideale di bellezza e ambiguità che fa rivivere nei corpi identità dimenticate. Ho ibridato tutto ciò che incontravo: era un modo per includere la diversità in ogni singola forma», racconta. Se il suo primo show per la maison romana è rimasto impresso per la sua opulenza, la collezione primavera/estate 26, Fireflies, e la successiva haute couture, Specula Mundi, segnano un cambio di paradigma. Per la prima, il creativo ha immaginato un grande buio e delle lucciole, partendo da una lettera di Pier Paolo Pasolini del 1941. È proprio questo il tipo di ricerca che concentra l’essenza della sua creatività: rintracciare l’unicità dove gli altri vedono solo oscurità, un atto di resistenza poetica contro l’omologazione del visibile. Nella sfilata Specula Mundi, andata in scena a pochi giorni dalla scomparsa di Garavani, Michele ha reso un tributo al fondatore con un estratto del docufilm Valentino: The Last Emperor, realizzato nel 2008 di Matt Tyrnauer. E, al posto della classica passerella, cilindri con finestrelle ispirati ai Kaiserpanorama dell’Ottocento: «La moda ha sempre avuto un aspetto voyeuristico», confessa. «Volevo che il pubblico fosse quasi obbligato a guardare i vestiti, a concentrarsi. Questi sono capi che meritano di essere osservati il più vicino e a lungo possibile». Il suo sguardo sulla contemporaneità passa anche per TikTok: «Mi fa ridere, mi intrattiene. Sono rimasto piacevolmente colpito da come i giovani abbiano commentato lo show. L’haute couture è una pratica antica che le nuove generazioni hanno capito in modo seducente». Eppure, confessa: «Il cinema lo vedo poco. Ho paura di affogare in questa profusione di immagini. Vivo in uno stato di ignoranza che mi aiuta a essere creativo».

A sinistra, tailleur con giacca in crêpe di lana e gonna lunga, lupetto in pizzo chantilly con fiocco in organza. A destra, abito in cady con fiamme ricamate sulle spalle e sui bordi, cappello a raggiera con strass e piume.

Da collezionista compulsivo, mi mostra gli ultimi acquisti: «Sposto sugli oggetti l’erotismo. È feticismo puro. Due settimane fa ho acquistato una collana dei primi dell’Ottocento con grandi camei. Ieri, invece, una borsa in coccodrillo color ciliegia degli anni Settanta. Gli oggetti hanno un sortilegio, sono una tavolozza fatta di vite passate, presenti e future. Se smetti di cercare, smetti di vivere». Poi torna a sedersi di nuovo e sembra concludere: «Per me la bellezza è costante, ha a che fare con la libertà, la poesia, il tempo sospeso. È la vita stessa. Ti traghetta attraverso la corteccia cerebrale e arriva al corpo. Io la bellezza non riesco a trattenerla. Da Gucci il concetto di bellezza poteva essere rappresentato dalla strada, dal potere, dalla caduta degli dei. Qui forse è più facile perché c’è qualcuno che l’ha inventata prima di me e io la sogno a modo mio. È proprio il signor Valentino che mi suggerisce come sognarla». Sebbene non lo abbia frequentato con regolarità, Michele ne percepisce l’eredità: «L’ho incontrato ai British Fashion Awards nel 2015, credo mi abbia preso per una creatura esotica con un diadema neoclassico in testa. Poi l’ho rivisto al funerale di Carla Fendi. Mi ha colpito la sua coerenza: Valentino era un bambino in una stanza di giochi bellissimi. È stato un pioniere, ha ammesso la sua omosessualità quando tutti la tacevano». Oggi, quella libertà continua a offrire resilienza contro l’urgenza del mercato e l’imperio della finanza in un sistema che ha bisogno di creatività senza vincoli né restrizioni: «Un accessorio o un capo diventa iconico non perché lo decide il marketing, ma perché viene scelto, indossato e amato da tante persone in periodi diversi. Sono dei percorsi che richiedono tempo».

Scala elicoidale di Palazzo Barberini a Roma, capolavoro dell’architettura barocca di Francesco Borromini e teatro dello show A/I 26-27. © Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images.

Il nostro tempo volge al termine, ma non prima di parlare dello show a Palazzo Barberini: «La collezione autunno/inverno 26-27 dialoga con le opere architettoniche di questa dimora storica, con le scale di Borromini e Bernini, due anime del Barocco che riflettono la complessità di Valentino. Per me il passato porta un’azione nel presente. Questa è l’ultima maison che respira la città. Io lascio sedimentare questi elementi e poi ci aggiungo la vita». A che tipo di donna parla oggi la maison? «Immagino una donna in un palazzo nobiliare che mangia pasta su un tavolo sgarrupato, con un reperto archeologico sul pavimento. Un po’ spettinata, ma bellissima perché libera. Valentino per me è così: libero, bello, poetico». Con queste parole il designer torna al suo tavolo da lavoro, svanendo tra le boiserie, mentre fuori la pioggia ha lasciato spazio a un timido crepuscolo. In questo silenzio operoso penso che le lucciole, proprio come la bellezza autentica, non sono mai scomparse: attendevano solo che qualcuno tornasse a guardarle.

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