Se smetti di cercare, smetti di vivere: l’estetica di Alessandro Michele
Una tavolozza di oggetti e vite passate, presenti e future. Con un approccio vorace e poetico. La moda, per il direttore creativo di Valentino, è soprattutto libertà.
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La pioggia cade sottile su piazza Mignanelli, a Roma, trasformando i sampietrini in specchi neri che riflettono la facciata tardo-rinascimentale del palazzo in cui Valentino Garavani ha dato vita alle sue creazioni per più di 40 anni. C’è una luce strana oggi, una penombra cinerea che sembra sospesa tra il passato e il futuro, carica di quello struggimento tutto romano che anticipa la primavera. Davanti all’ingresso, la scultura I’ll Be Your Mirror di Joana Vasconcelos — un groviglio di bronzo e superfici riflettenti che frammentano il mondo — accoglie chi entra. È un’immagine potente che mi riporta immediatamente alla mente il debutto di Alessandro Michele come direttore creativo della maison, due anni fa, con Pavillon des Folies: le modelle camminavano su un pavimento di cristalli infranti sulle note di un’aria del XVII secolo, La Passacaglia della Vita e celebravano la caducità dell’esistenza. Un richiamo di frammentazione e rinascita che oggi, davanti all’opera dell’artista portoghese, sembra assumere un significato di continuità. Eppure l’installazione ha poco a che fare con il brand oggi guidato da Michele. L’opera è stata infatti fortemente voluta dalla Fondazione PM23, nuovo capitolo del percorso immaginato da Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti prima della scomparsa del couturier: non solo una sede museale, ma un impegno per restituire alla città uno spazio dedicato all’arte e alla cultura.
C’è però un filo rosso che unisce la maison, il suo fondatore e Michele, intessuto di nostalgia, nobile indolenza, ma soprattutto amore per la Città Eterna. È una questione di destini incrociati, di legami che si riannodano nel luogo in cui la stratificazione del tempo celebra la bellezza: un perimetro che il creativo definisce «terapeutico, narcotico come quell’amante insopportabile che ti costringe a restare». La scelta di presentare la collezione autunno/inverno 26-27 a Roma abbandonando, solo per questa stagione, la settimana della moda di Parigi, nasce così. Fortemente voluta dal direttore creativo, segna un ritorno alle origini. Un riavvicinamento che, confessa lo stilista, è parte di un disegno più grande: «A volte il destino lavora in maniera precisa, nulla succede per caso. Sfilare a Roma era già stato deciso prima della morte del signor Valentino. Credo sia bello poter raccontare questa maison nel luogo in cui è stata fondata».
Il marchio nasce a Roma nel 1960 dal genio di Valentino Garavani e dall’intuizione imprenditoriale di Giancarlo Giammetti, compagno d’affari e d’affetti, debuttando con un’eleganza che fonde il fascino dell’haute couture francese alla sensualità italiana. Nonostante le radici nella capitale, il rapporto con Parigi è sempre stato viscerale: nel 1975 la casa di moda sposta le sfilate del prêt-à-porter nella Ville Lumière, consolidando un’estetica cosmopolita che ha unito le due metropoli del lusso. Per quasi quattro decenni Garavani e Giammetti ne mantengono la proprietà, guidando l’espansione verso accessori e profumi, per poi decidere, nel 1998, di vendere l’azienda alla Holding di Partecipazioni Industriali (HdP) che quattro anni dopo la cede al gruppo tessile Marzotto. Nel 2007 un nuovo cambio, l’ingresso nel portafoglio del fondo Permira, fino alla svolta più significativa del 2012: la Qatar-based Mayhoola for Investments S.P.C. ne acquisisce il controllo, dando nuova linfa al marchio. In tempi recenti l’assetto societario viene ulteriormente ridefinito: nel luglio 2023 il colosso francese Kering, proprietario di Gucci, Bottega Veneta, Balenciaga e Saint Laurent, acquista il 30 per cento di Valentino, con un’opzione per acquisirne la totalità entro il 2029.
Varcare la soglia dello studio che fu di Garavani, poi di Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, dal 2008 al 2016 in tandem, e poi solo di quest’ultimo fino al marzo 2024, è come entrare in una camera delle meraviglie. La più grande sala da ricevimento del palazzo barocco, convertita in studio privato dal fondatore, oggi è diventata un interno domestico, una specie di tempio animista. L’ambiente è una stratificazione del gusto estetico dei suoi precedenti occupanti: dal soffitto a cassettoni del tardo Seicento agli affreschi ottocenteschi, fino alla carta da parati simil-boiserie voluta da Valentino Garavani negli anni Ottanta e ora consumata dal tempo. «È una sorta di inquietante conversazione con questo bellissimo soffitto. Mi piacciono gli ambienti délabré», mi spiega Alessandro Michele invitandomi ad accomodarmi accanto a lui su una dormeuse del XVIII secolo dai cuscini di raso giallo. Indossa un maglione con pecore ricamate, pantaloni in velluto marroni e sneakers. I lunghi capelli corvini sono sciolti sulle spalle e incorniciano il viso chiaro, gli occhi neri profondi, un po’ sognanti, ma con un’acutezza curiosa. Le dita scintillano di anelli in oro antico e dai polsi escono grandi bracciali in oro e corallo. Tra consolle del Settecento, paraventi con capricci archeologici e vasi di Capodimonte, sui tavoli sono disposti coroncine neoclassiche e antichi ventagli, ma anche un maialino portafortuna e un grande gatto di ceramica, regali — mi confesserà poi il designer — dell’amico Elton John.













