Opinioni

Se la sicurezza della Ue è connessa alla sua resilienza

L’Unione europea, come istituzione non è pienamente attrezzata per sviluppare la visione nuova e audace che le circostanze richiedono

di Adriana Castagnoli

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Il modello europeo ha un futuro? Secondo l’economista Dani Rodrik (Project Syndicate, Feb. 10, 2026), in uno scenario in cui la Cina e gli Stati Uniti difficilmente rappresentano modelli ispiratori per chi attribuisce valore alla giustizia sociale, alla democrazia e ai diritti umani, l’Europa è un attore cruciale e dovrebbe assumere rapidamente un ruolo di leadership, al fine di contribuire alla costruzione di un ordine multipolare più stabile, nel quale le aspirazioni democratiche possano continuare a trovare spazio. Malgrado debolezze economiche e politiche, l’Europa conserva numerosi asset: un modello di economia sociale di mercato associato a livelli relativamente più elevati di uguaglianza e a una classe media più robusta rispetto agli Stati Uniti; una base economica ampia — comparabile a quella statunitense a parità di potere d’acquisto —che include molte industrie innovative.

La questione cruciale è come rendere strutturalmente sostenibile questo modello nell’attuale scenario internazionale di competizione geoeconomica e politica. L’Unione europea, come istituzione -secondo Rodrik- non è pienamente attrezzata per sviluppare la visione nuova e audace che le circostanze richiedono. I suoi fondatori ritenevano che l’unione economica avrebbe infine prodotto l’unione politica; tale previsione, tuttavia, non si è realizzata. Oggi le sfide geopolitiche impongono che l’Europa agisca rapidamente in modo coordinato in materia di difesa e sicurezza, mentre le condizioni economiche richiedono un alleggerimento di taluni vincoli di Bruxelles per consentire sperimentazione a livello nazionale o in coalizioni di Paesi. Il banco di prova per i leader del continente sarà nel conciliare queste esigenze senza indebolire l’Unione Europea, da cui dipende in ultima istanza la nostra sicurezza economica.

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Quanto alla sfida competitiva posta dalla Cina nella manifattura, una risposta appropriata consiste in politiche industriali mirate ai settori strategici, capaci di incentivare direttamente l’innovazione e di concentrarsi sui segmenti della manifattura avanzata nei quali l’Europa ha maggiori probabilità di conseguire la leadership tecnologica.

Per decenni, si è ritenuto che il potere economico dell’Unione Europea si fondasse sulla promozione del libero scambio all’estero e sulla ricerca della competitività all’interno del Mercato unico, con lo Stato che agiva prevalentemente in veste regolatoria. Negli ultimi anni, questo paradigma ha perso molta influenza a Bruxelles e in molti Stati membri. Al contrario, tra le élite si è fatta strada una crescente consapevolezza che, se l’UE vuole continuare a svolgere un ruolo a livello internazionale e mantenere il proprio status di potenza economica, deve adattare la propria concezione del potere economico a un contesto internazionale sempre più controverso e dominato dalla geoeconomia.

Più che mai, la sicurezza dell’UE è profondamente interconnessa con la sua capacità di diventare più resiliente e di ridurre i rischi derivanti da legami economici che nei decenni passati si consideravano benigni. I profondi cambiamenti tecnologici intensificano questa competizione e rendono più complesse le sfide economiche e di sicurezza.

Il punto è che continuare a guardare il mondo attraverso la contrapposizione tra Occidente e “resto del mondo” può essere sviante. Non viviamo più in un mondo di meri blocchi contrapposti: stiamo invece entrando in un mondo di cooperazione selettiva, basata su coalizioni diverse per questioni diverse, un mondo di alleanze o collaborazioni funzionali, nel quale medie potenze capaci e dinamiche possono plasmare l’assetto internazionale. Come recentemente dimostrano, fra l’altro, sia l’accelerazione dell’Islanda per l’adesione all’ UE, sia la politica estera di cooperazione del premier canadese Mark Carney. Una sorta di “ordine mondiale multiplex”, per riprendere la definizione di Amitav Acharya che, già in The End of the American World Order (2014), ha spiegato in che cosa un “multiplex world” differisca dalla multipolarità, con particolare attenzione a interdipendenza, decentramento e maggiore spazio ai livelli locali e regionali. Ossia un ordine non più organizzato intorno a un solo egemone o al ritorno dell’equilibrio tra grandi potenze, ma fondato sulla sovrapposizione di molteplici poli di potere, istituzioni e regimi di governance — globali, regionali e minilaterali — che producono un nuovo ordine frammentato tra affini.

La governance del commercio offre un’illustrazione chiara di questo cambiamento. Il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) -che nella proposta originaria, prima del ritiro americano disposto da Trump nel 2017, era stato concepito come strumento di strategia di governo economico regionale a guida statunitense- oggi è di fatto presidiato principalmente da potenze di medio livello. Con il Regno Unito già aderente, la Cina candidata e l’Unione europea alla ricerca di un legame più stretto, l’accordo si è evoluto in una piattaforma “post-blocco”, plasmata meno dall’ideologia e più da regole, standard e interessi economici reciproci.

Il commercio globale è diventato progressivamente più frammentato per effetto di considerazioni geopolitiche, ma in questo mondo la fiducia è la valuta più forte.

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