Se il romanzo nasce dalla risata di Dio
Da I Libri di Jakub di Olga Tokarczuk a La doppia vista di Roberto Pazzi a L’arte del romanzo: tre titoli per definire il presente
di Matteo Bianchi e Alberto Fraccacreta
4' di lettura
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«L’uomo pensa, Dio ride». Questa massima ebraica è contenuta ne L’arte del romanzo, riedito da Adelphi (traduzione di Ena Marchi, pagg. 168, € 12,00) lo scorso anno per celebrare la scomparsa di Milan Kundera. Lo scrittore ceco che avrebbe meritato il Nobel, amava immaginare che Francois Rabelais avesse udito un giorno la risata del creatore, e che fosse nata in quel frangente l’idea del primo grande romanzo europeo: «Mi diverte pensare che l’arte del romanzo sia venuta al mondo come eco della risata di Dio», confessava.
È salutare congedarsi dai postumi del 2023 con il saggio di un intellettuale tanto radicale quanto relativista; d’altronde, Kundera incarnava le contraddizioni di un Occidente democraticamente sottomesso agli imperativi finanziari.
I libri di Jakubè
È stato merito di Paolo De Caro ravvisare nella Primavera hitleriana di Eugenio Montale (La bufera e altro) tracce residuali di un cliziano “frankismo”, cioè un lontano legame parentale tra Irma Brandeis – Clizia, appunto – e l’eresiarca ebreo Jakub Frank, autoproclamatosi Messia sulla scorta degli insegnamenti di Sabbatai Zevi e leader di un movimento religioso risalente alla metà del Settecento. Con I Libri di Jakub (traduzione di Ludmila Ryba e Barbara Delfino, Bompiani, pagg. 1120, € 29,00), monumentale romanzo dedicato proprio a Frank (e numerato al contrario, in ordine decrescente), il Premio Nobel per la letteratura 2018 Olga Tokarczuk presenta il suo opus magnum, originariamente pubblicato in Polonia nel 2014.
Il taglio del testo è di chiara ascendenza postmoderna: l’enciclopedismo spinto fino alla minuzia, l’opera-mondo, l’allegorismo religioso che si mescola a elementi fantastico-fiabeschi, la pynchoniana ironia (si pensi al fluviale sottotitolo: «O il grande viaggio attraverso sette frontiere, cinque lingue e tre grandi religioni, senza contare quelle minori. Narrato dai morti, e dall’autrice completato col metodo della congettura, da molti e vari libri attinto, e sorretto inoltre dall’immaginazione che dei doni naturali dell’uomo è il più grande. Memoriale per i saggi, riflessione per i compatrioti, istruzione per i laici, e svago per i malinconici»).
Tokarczuk segue passo dopo passo l’assurda parabola di vita di Jakub Frank: dal villaggio Rohatyn – diviso tra conventi domenicani, sinagoghe e chiese ortodosse – parte questo giovanotto che ricalca su di sé il motivo medievale dell’ebreo errante: «Jakub ha cominciato improvvisamente a presentarsi con un altro nome: non più Yankel Lejbowicz, bensì Jakub Frank come vengono chiamati qui gli ebrei d’Occidente, e così pure suo suocero e sua moglie. Frank, frenk significa straniero».


