CITTADINANZATTIVA RISPONDE

Se il referto di biopsia è in ritardo: quanto tempo deve aspettare un paziente?

L'associazione per la partecipazione e tutela dei cittadini risponde alle domande sui diritti e l'accesso ai servizi sanitari.

Operatore sanitario che esegue una biopsia della schiena, con ago sottile  (Alamy Stock Photo)

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Oltre un mese fa mi sono sottoposta a una biopsia per un sospetto nodulo, un esame fondamentale per decidere se procedere con un intervento o una terapia specifica. Nonostante le rassicurazioni iniziali, il referto istologico non è ancora pronto. Dalla segreteria dell'anatomia patologica rispondono che sono «indietro con le letture» per carenza di personale. È ammissibile che un cittadino debba vivere nell'angoscia per settimane, sapendo che in caso di patologia maligna ogni giorno è prezioso? Esistono tempi massimi stabiliti per legge? Maria C., Lazio

Questa è una delle questioni più dolorose che riceviamo nella nostra rubrica, perché unisce due fragilità che andrebbero invece tenute separate: l'attesa di una diagnosi che può cambiare la vita e la carenza strutturale di personale nei servizi di anatomia patologica. Il principio da cui partire è chiaro: il diritto alla tempestività della diagnosi è un pilastro del diritto alla salute, e un ritardo nella refertazione equivale, di fatto, a un ritardo nella terapia.

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Mentre per le prenotazioni di visite ed esami strumentali il riferimento sono i codici di priorità (U, B, D, P) del Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa, per la consegna dei referti di anatomia patologica — biopsie, esami citologici, pezzi operatori — gli standard sono definiti dalle Linee Guida Nazionali e dalle Carte dei Servizi delle singole aziende sanitarie. Per un esame istologico a sospetto oncologico, lo standard di riferimento per una risposta esaustiva si attesta mediamente tra i 7 e i 15 giorni lavorativi. Superare il mese di attesa, soprattutto quando il sospetto clinico richiede un inizio immediato delle cure, è un tempo che non può essere considerato fisiologico.

La carenza di personale medico nelle anatomie patologiche italiane è una realtà nota e documentata, ma le inefficienze organizzative del sistema non possono ricadere sul paziente. Le strutture sanitarie hanno il dovere di garantire percorsi prioritari per i casi segnalati come urgenti dal chirurgo o dall'oncologo, e di comunicare con trasparenza eventuali ritardi, indicando una data certa di consegna. Il silenzio non è un'opzione ammissibile.

Quando i tempi tecnici diventano insostenibili, il cittadino non è inerme. Il primo passo è formalizzare un sollecito scritto alla Direzione Sanitaria della struttura, descrivendo la natura dell'esame, la data della biopsia e l'urgenza clinica rappresentata dal medico curante. Una richiesta scritta lascia traccia e attiva una responsabilità che la telefonata alla segreteria, da sola, non genera.

Parallelamente, è opportuno rivolgersi all'Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP) dell'azienda sanitaria. È lo strumento previsto proprio per questi casi: attiva una procedura di verifica interna che, nella nostra esperienza, accelera spesso la refertazione anche nel giro di pochi giorni.

Se i passaggi precedenti non producono effetti, può inoltrare un reclamo formale, preferibilmente tramite posta elettronica certificata, all'Assessorato regionale alla Salute e alla Presidenza della Regione. È uno strumento che ha un peso istituzionale diverso e che eleva la segnalazione al livello di responsabilità politica del territorio.

C'è una verità clinica che il sistema non può continuare a ignorare: la diagnosi è l'inizio del percorso di cura, non un atto burocratico che la precede. Ogni settimana di ritardo nella refertazione è una settimana sottratta alla terapia, all'intervento, alla decisione condivisa con il medico. Per questo il suggerimento è di non aspettare oltre e di attivare subito i passaggi che le ho indicato. Non si tratta di alzare la voce, ma di esercitare un diritto.

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