Se i protocolli soffocano il giudizio e la responsabilità nelle organizzazioni
L’eccesso di regole e procedure può trasformare strumenti di supporto in vincoli rigidi, limitando l’iniziativa personale e la capacità di adattamento in contesti complessi
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C’è un’immagine che descrive bene il nostro tempo: un medico davanti al proprio paziente, con in mano un protocollo terapeutico. Conosce quel paziente da anni, ne comprende la storia, le fragilità, le paure, intuisce che la cura standard potrebbe non essere la più adatta. Ma sa anche che deviare dal protocollo significa assumersi un rischio. Non solo clinico, ma legale, burocratico, reputazionale.
Chiedilo al Sole
Questa scena si replica ogni giorno in molte varianti: nelle aziende, nei tribunali, perfino sui campi di calcio. Negli ultimi decenni siamo entrati nell’era dell’iper-normazione, convinti che codificare ogni attività garantisca oggettività, rigore scientifico ed equità. Il presupposto è chiaro e rassicurante: se definiamo regole chiare e riduciamo la discrezionalità individuale, allora diminuiremo l’arbitrio e aumenteremo la qualità delle decisioni.
In parte questo è vero. I protocolli nascono da un’intenzione nobile: ridurre l’errore umano, garantire uniformità di trattamento e rendere più trasparenti i processi. In medicina, linee guida e standard terapeutici hanno salvato vite e ridotto pratiche arbitrarie. Sarebbe quindi ingenuo, oltre che sbagliato, contrapporre il giudizio del medico alla scienza dei protocolli. Il punto è un altro: che cosa accade quando il protocollo, nato come supporto al giudizio, diventa il suo sostituto? Siamo disposti ad accettarlo?
L’iper-normazione è entrata anche nel mondo del calcio. L’introduzione del VAR e dei relativi protocolli di utilizzo sono stati adottati con l’intenzione di ridurre gli errori evidenti, aumentare l’equità e correggere le decisioni più gravi. Ma il calcio, come ogni sistema complesso, non è fatto solo di episodi isolati. È fatto di sequenze, intenzioni, contatti, simulazioni, dinamiche psicologiche, letture situazionali. È accaduto così di assistere a situazioni paradossali: le telecamere che mostrano la simulazione di un giocatore che induce l’arbitro a sanzionare con un secondo cartellino giallo l’avversario, e il protocollo che impedisce l’intervento del VAR perché, non essendo un cartellino rosso diretto, l’evento non rientra nella casistica prevista. L’ingiustizia è visibile, oggettiva, ma il sistema non può agire per il rispetto di una norma.
Il problema nasce ogni volta che il protocollo pretende di esaurire il reale. Quando la regola, invece di orientare il giudizio, lo imprigiona. Quando l’aderenza alla procedura diventa più importante della qualità della decisione. In questi casi non siamo più davanti a un approccio scientifico, ma a una burocratizzazione della realtà.







