Sbagliando si impara

Se i protocolli soffocano il giudizio e la responsabilità nelle organizzazioni

L’eccesso di regole e procedure può trasformare strumenti di supporto in vincoli rigidi, limitando l’iniziativa personale e la capacità di adattamento in contesti complessi

di Alessandro Cravera*

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C’è un’immagine che descrive bene il nostro tempo: un medico davanti al proprio paziente, con in mano un protocollo terapeutico. Conosce quel paziente da anni, ne comprende la storia, le fragilità, le paure, intuisce che la cura standard potrebbe non essere la più adatta. Ma sa anche che deviare dal protocollo significa assumersi un rischio. Non solo clinico, ma legale, burocratico, reputazionale.

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Questa scena si replica ogni giorno in molte varianti: nelle aziende, nei tribunali, perfino sui campi di calcio. Negli ultimi decenni siamo entrati nell’era dell’iper-normazione, convinti che codificare ogni attività garantisca oggettività, rigore scientifico ed equità. Il presupposto è chiaro e rassicurante: se definiamo regole chiare e riduciamo la discrezionalità individuale, allora diminuiremo l’arbitrio e aumenteremo la qualità delle decisioni.

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In parte questo è vero. I protocolli nascono da un’intenzione nobile: ridurre l’errore umano, garantire uniformità di trattamento e rendere più trasparenti i processi. In medicina, linee guida e standard terapeutici hanno salvato vite e ridotto pratiche arbitrarie. Sarebbe quindi ingenuo, oltre che sbagliato, contrapporre il giudizio del medico alla scienza dei protocolli. Il punto è un altro: che cosa accade quando il protocollo, nato come supporto al giudizio, diventa il suo sostituto? Siamo disposti ad accettarlo?

L’iper-normazione è entrata anche nel mondo del calcio. L’introduzione del VAR e dei relativi protocolli di utilizzo sono stati adottati con l’intenzione di ridurre gli errori evidenti, aumentare l’equità e correggere le decisioni più gravi. Ma il calcio, come ogni sistema complesso, non è fatto solo di episodi isolati. È fatto di sequenze, intenzioni, contatti, simulazioni, dinamiche psicologiche, letture situazionali. È accaduto così di assistere a situazioni paradossali: le telecamere che mostrano la simulazione di un giocatore che induce l’arbitro a sanzionare con un secondo cartellino giallo l’avversario, e il protocollo che impedisce l’intervento del VAR perché, non essendo un cartellino rosso diretto, l’evento non rientra nella casistica prevista. L’ingiustizia è visibile, oggettiva, ma il sistema non può agire per il rispetto di una norma.

Il problema nasce ogni volta che il protocollo pretende di esaurire il reale. Quando la regola, invece di orientare il giudizio, lo imprigiona. Quando l’aderenza alla procedura diventa più importante della qualità della decisione. In questi casi non siamo più davanti a un approccio scientifico, ma a una burocratizzazione della realtà.

L’illusione di gestire la complessità moltiplicando le regole

Lo stesso fenomeno attraversa oggi molte organizzazioni. Le aziende, spinte da esigenze legittime di controllo, compliance, efficienza, risk management e misurabilità, tendono a normare porzioni sempre più ampie della vita organizzativa. Procedure per decidere, per innovare, per valutare, per comunicare, per gestire le persone, per affrontare il cambiamento. Tutto viene scomposto in fasi, checklist, workflow, autorizzazioni, indicatori. L’illusione è che la complessità possa essere governata moltiplicando le regole.

Prendiamo il performance management. Nato per migliorare il dialogo tra manager e collaboratori, chiarire le priorità e sostenere lo sviluppo, in alcune organizzazioni si è trasformato in un’architettura procedurale complessa: obiettivi codificati, pesature, scale di valutazione, calibrazioni, piattaforme digitali, scadenze, evidenze documentali. Spesso manager e collaboratori dedicano più energia a compilare correttamente il sistema che a confrontarsi davvero su contributo, apprendimento, potenziale e valore generato.

Il rischio è che la procedura diventi il luogo in cui si simula il management. Il manager rispetta le scadenze, inserisce i feedback, assegna un rating, ma non necessariamente esercita un impatto profondo sulla crescita della persona, sulle condizioni che ne abilitano la performance e sulle dinamiche che influenzano i risultati.

Lo stesso vale per alcuni sistemi di risk management e compliance. Nati per prevenire comportamenti opportunistici, ridurre rischi e proteggere l’organizzazione, possono trasformarsi in labirinti procedurali. Il risultato è che procedure nate per proteggere l’organizzazione possono finire per renderla meno capace di agire e quindi meno protetta rispetto alle sfide del mercato.

Qui emerge un equivoco culturale importante, legato al concetto di responsabilità. In inglese esistono due parole che in italiano traduciamo spesso nello stesso modo: accountability e responsibility. La prima è oggi molto utilizzata nel linguaggio manageriale. Indica il dover rendere conto: chi è responsabile di un obiettivo, chi deve spiegare uno scostamento, chi risponde di un processo. È una nozione utile quando serve a evitare opacità e scaricabarile. Ma, nella sua accezione più povera, riflette una mentalità burocratica: individuare chi deve rispondere se qualcosa non funziona.

Responsibility rimanda invece a un’altra idea di responsabilità: il farsi carico, il rispondere a una situazione, il prendersi cura di qualcosa anche quando non tutto è previsto, codificato, assegnato. L’accountability guarda spesso all’indietro: chi doveva controllare? La responsibility guarda anche in avanti: che cosa richiede questa situazione? Che cosa posso fare perché il sistema funzioni meglio? Di che cosa devo occuparmi anche se non è scritto esplicitamente nella mia job description?

La distinzione non è solo linguistica, ma culturale. Le organizzazioni ossessionate dall’accountability moltiplicano metriche, obiettivi, responsabilità formali e procedure di controllo. Le organizzazioni che coltivano responsibility cercano invece di sviluppare giudizio, cura del contesto, capacità di iniziativa, senso delle conseguenze.

Protocolli e procedure sono fondamentali per un’organizzazione e per l’esercizio di un mestiere. Nascono dall’esperienza, dai dati e da studi che consentono di ottimizzare un sapere o un funzionamento. Il punto, però, è quello di riconoscerne il limite, soprattutto se adottati in relazione a situazioni di alta complessità. Un buon protocollo dovrebbe fornire un orientamento e ridurre gli errori, non diventare una gabbia da cui diventa rischioso uscire. È al servizio dell’organizzazione, del manager e del professionista, non il contrario.

Tutto ciò richiede un cambio di paradigma culturale. Richiede decisori politici e leader d’azienda che premino la responsabilità nel senso di responsibility: il farsi carico, il prendere iniziativa, l’accettare il rischio dell’errore in buona fede. Richiede sistemi normativi che distinguano tra l’errore e la scelta consapevole di adattare la regola al contesto. Richiede, soprattutto, fiducia nelle competenze delle persone e nella loro capacità di giudizio.

Smettiamola di rispondere alla crescente complessità con più regole. La risposta è più pensiero. Più contesto. Più responsabilità nel senso pieno del termine: persone che si prendono cura delle cose, che leggono le situazioni, che si assumono l’onere di decidere. E istituzioni che le sostengano nel farlo, invece di punirle per averci provato.

*Partner Newton S.p.A.

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