Visita guidata allo Smo

Se giri la manopola, passi il confine

Al museo di San Pietro al Natisone sette valli del Friuli Venezia Giulia vengono raccontate attraverso lingua e paesaggio

di Cristina Battocletti

Illustrazione di Lorenzo Duina

5' di lettura

I punti chiave

  • Le krivapete e il carnevale delle Valli del Natisone
  • Niente bacheche, ma installazioni sonore e visive
  • Il progetto di Donatella Ruttar
  • Le otto postazioni
  • Il memorabile festival di Topolò

5' di lettura

Quando nel freddo legnoso di febbraio nelle Valli del Natisone, a un passo da Cividale del Friuli, un pizzico sul sedere ti fa saltare in aria e, voltandoti, vedi il braccio di una lunghissima tenaglia, significa che è arrivato il carnevale. Già dal nome delle terribili pinze retraibili, kliešče, si capisce che queste valli dai dorsi verdeggianti e ombrosi, piene di acque e odori di fumo e nebbia, sono margini fisici, ma soprattutto filosofici, ovvero faglie friabili di commistioni linguistiche e di usi e costumi. Mescolano latinità, pretesa dal sigillo di Forum Iulii – antico toponimo di Cividale che dà il nome alla regione, Friuli Venezia Giulia –, tradizioni slovene e ritualità magiche nordicheggianti.

Le krivapete e il carnevale delle Valli del Natisone

Qui abitano le krivapete, donne preveggenti dai capelli verdi e i piedi ritorti, trasgressive e selvagge, che con le erbe curano o si vendicano. Durante il Pust, il carnevale delle Valli del Natisone, diavoli neri e angeli bianchi si rincorrono con un gran sbattere di catene e di mediterraneo c’è solo l’allegria degli scherzi dei pustùovi, uomini e donne mascherati con cappelli a punta e vestiti ornati con lunghissimi nastri e fiori; o da galli e galline giganti di stoffa (a Mersino), o da blumari (a Montefosca) figuri che, in tuta bianca e campanacci legati sulla schiena, corrono intorno al paese lungo un percorso ad anello. Una fotografia dei campanacci si può staccare dal muro di una delle sezioni di Smo (Slovensko multimedialno okno). È il museo (gratuito) di paesaggi e narrazioni di San Pietro al Natisone, in provincia di Udine, dedicato al landscape culturale che corre dal Màngart, montagna delle Alpi Giulie, le cui creste serpeggiano sul confine italo-sloveno, al golfo di Trieste.

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Niente bacheche, ma installazioni sonore e visive

Niente bacheche tradizionali, ma installazioni sonore e visive da azionare passando una mano dentro una nicchia, posizionando un libro su un tavolo o pigiando bottoni. Un archivio da scoprire, sfogliando virtualmente i contenuti in cui si presentano la storia, la musica, le tradizioni di sette zone del Friuli Venezia Giulia (Val Canale/Kanalska dolina, Val Resia/Rezija, Valli del Torre/Terske doline, Valli del Natisone/Nediške doline, Gorizia e il Collio/Gorica in Brda, Carso e mare/Kras in morje e Trieste e Istria/Trst in Istra), dove fino alla Prima guerra mondiale – come spiega in un’installazione il germanista, scrittore e traduttore Hans Kitzmüller –, hanno convissuto pacificamente genti di lingua italiana, slovena, tedesca e friulana con una “prolifica” impollinazione: una rarità, se non un’unicità, nelle zone confinarie.

Il progetto di Donatella Ruttar

A concepire, ideare e coordinare il museo è stata l’architetto Donatella Ruttar, che ha realizzato il progetto nel 2013 con un (finalmente) felice utilizzo dei fondi europei. Il lavoro dietro le quinte è durato tre anni e ha visto la collaborazione di una squadra coesa, composta da Paolo Comuzzi, che ha curato l’opera in video, Antonio Della Marina insieme a Samuele Polistina (docente al Politecnico di Milano) per il progetto digitale interattivo delle otto installazioni. L’ultima, Meja (confine), progettata durante il Covid, è stata realizzata con la collaborazione di Paolo Solcia dello Ied di Milano e Valerio Bergnach. Il museo è un ambiente di raffinata architettura minimalista, che vuol essere silenzioso e arcaicamente poetico, ma nello stesso tempo contemporaneo, perché i giovani si possano riconoscere. Il visitatore è accolto dalle tre lettere, Smo, di un metro di altezza, nel rugginato di cui sono rivestite tante bellissime cantine del Collio a pochi chilometri da lì. San Pietro è il capoluogo della comunità montana, ormai spopolata, dove si usa in prevalenza un dialetto sloveno, diverso e più antico, a causa all’isolamento geografico, di quello parlato, per esempio, a Trieste. Ruttar era già presidente dell’associazione degli artisti locale e le è venuto naturale pensare al suo paese di duemila abitanti come posto ideale per rappresentare la Benecia, la slavia friulana, fedele all’idea che un’offerta culturale sia più costruttiva e duratura del turismo mordi e fuggi del bagno refrigeratore estivo nelle acque ghiacciate del fiume Natisone o dell’allure gastronomico.

Le otto postazioni

L’idea di Ruttar era quella di un ambiente capace di stupire, far sentire a suo agio, stimolare l’ospite su un terreno spinosissimo, la lingua, cioè il patrimonio più immateriale e più delicato che esista, quello che perde un pezzetto con la morte di ogni anziano. Un testimone in un totem spiega, infatti, come la parola terremoto –fenomeno ben noto in Friuli nel 76 –, non renda come la parola potres, dove ogni singola lettera “trema”. La poetessa slovena Alenka Rebula spiega: «La poesia parla attraverso immagini con una lingua in qualche modo vecchia, ma sempre nuova e aiuta a rendere ciò che non è chiaro perché è sepolto». Nello stesso tempo, il museo vuole legarsi al paesaggio con una sua dimensione etica, perché il territorio racconta questo popolo frontaliero con una storia prevalentemente orale. Il bosco delle Valli del Natisone, ormai abbandonato, contiene, per esempio, tracce di terrazzamenti rivelatori di una cultura agricola dimenticata. E poi, in una terra di conflitti come questa, il paesaggio compone il “margine” filosofico e non. La prima installazione, “Paesaggi culturali”, è un trittico dove tre schermi propongono altrettante visioni con lo stesso punto di vista leggermente disassato per generare più domande che risposte. Otto ore di filmati di circa 15 minuti ciascuno che ripropongono visioni delle sette valli attraverso scorci poco frequentati, dalle chiesette votive al confine triestino di Fernetti, a paesaggi abbandonati in cui immergersi come subacquei. C’è poi la “Biblioteca parlante” con i libri “magici”: puoi prendere Piazza Oberdan (nuovadimensione, 2010) di Boris Pahor, leggerlo, oppure appoggiarlo sul tavolo: comparirà lo scrittore sloveno in un dialogo a tutto campo. E così con Claudio Magris, appoggiando il suo Danubio (Garzanti, 2015). E tanti altri.Su sedute che sembrano enormi sassi lucidi si possono guardare le foto artistiche da staccare e portare a casa, come quella dei campanacci; nelle “Cartoline sonore” e “Paesaggi musicali” si può “sentire” nelle cuffie il suono della Bora di Trieste. In un piccolo cinema si può “precipitare” verticalmente nel ventre della terra con i minatori di Cave del Predil nel tarvisiano. I disegni nitidi e moderni della “Storia illustrata” di Cosimo Miorelli spiegano l’0rigine della lingua slovena da Metodio alla proibizione del suo uso da parte del fascismo. C’è poi un radiolone con una manopola, spostando la quale si passa tra le diverse frequenze che possono proporre visioni di orizzonti o l’ascolto di canti antichi, come quelli della Val di Resia, dove a lungo si è creduto parlassero in russo; e, ancora, suoni di fisarmoniche e scampanii. “Memoria della voce” testimonia la varietà di parlate e di dialetti: se si allunga la mano verso l’oggetto che sta in una nicchia, ad esempio un mestolo, parte una voce che racconta una ricetta tradizionale. “Meja” si attiva toccando pulsanti che hanno la forma della moneta dell’epoca scelta: si può “vedere” l’arrivo dei Longobardi, basandosi sul racconto di Paolo Diacono, o assistere all’abolizione del confine italo-sloveno nel 2007. “Atlas” è una grande mappa che permette, pigiando sopra il nome del paese, di “guardarlo”, di “sentirlo” e di capire se i toponimi abbiano origine latina o siano, invece, fitotoponimi, come nel caso di Topolò, che deriva da topol, pioppo in sloveno.

Il memorabile festival di Topolò

Il museo si può dire figlio in qualche modo della Stazione Topolò, festival avanguardistico e memorabile, diretto da Moreno Miorelli e dalla stessa Ruttar, durato dal ’ 94 al 2022, per 29 edizioni che hanno visto artisti di tutto il mondo progettare e portare le proprie opere a Topolò, Topolove in sloveno, nome che ha fatto fiorire amabili slogan. Da meraviglioso paesino, a qualche metro in linea d’aria dalla Slovenia, fatto di izbe, case in pietra e legno, quasi disabitato, si è trasformato in un centro internazionale, dove i giovani hanno ripreso possesso di alcune case. Nonostante il festival sia purtroppo naufragato, i ragazzi sono rimasti, a dimostrare che la cultura è una potente operazione che rinnova i paesaggi. E le lingue: allo sloveno e all’italiano, si è aggiunto l’inglese.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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