Quando ero un giovano economista e lavorava alla mia monografia del 1965, Fiscal Neutrality Toward Economic Growth , avrei osservato le favorevoli condizioni di oggi a breve termine e avrei chiesto un incremento fiscale a tutto campo, allo scopo di arrestare l’emorragia fiscale del governo federale. Un aumento delle tasse avrebbe potuto spingere al ribasso i rendimenti delle obbligazioni, quindi far salire i prezzi azionari e causare un notevole calo dei tassi di interesse su tutta la curva dei rendimenti, a meno che la Federal Reserve Usa non controbilanciasse la manovra procedendo con la liquidazione delle obbligazioni detenute.
Andando ancora più indietro nel tempo, penso a quando ero un giovane studente, e ricordo ancora i repubblicani al Congresso che si opponevano a gran voce ai deficit fiscali, e il presidente Harry Truman, un democratico, che promulgava una serie di surplus fiscali finalizzati a spegnere il debito federale. Queste politiche, sostenute dall’inflazione (che abbassava il reale valore del debito), non portarono a una depressione. Ci fu solamente la recessione del 1949-1950.
Oggi, una cruda forma di keynesianismo è così profondamente radicata nella mente degli elettori che qualsiasi programma finalizzato a raggiungere un surplus fiscale, o anche un pareggio, è diventato impensabile. Eppure ci si chiede se la prossima riforma fiscale desterà preoccupazioni sulla sostenibilità del crescente debito federale, che è già alto dalla presidenza di George W. Bush, a sostegno della “supply-side economics”, e di Barack Obama, un keynesiano. Se così fosse, tali preoccupazioni spingeranno al rialzo i premi di rischio sui tassi di interesse in previsione di un deprezzamento del dollaro. Sì, il piano repubblicano include alcune disposizioni per aumentare il gettito o tagliare la spesa, ma non è del tutto rassicurante.
Ovviamente, coloro che sono a favore della riforma sostengono che il presunto aumento degli investimenti farà lievitare immediatamente il tasso di cambio del dollaro e che poi il reale valore del dollaro si deprezzerebbe gradualmente fino a tornare ai valori precedenti. Altrimenti, nessuno vorrebbe continuare a detenere capitali stranieri. E questo rivela un paradosso della riforma. Trump ha corso per le presidenziali con la promessa di rilanciare le esportazioni americane, ma nei modelli standard un dollaro che si deprezza deprime la domanda dell’export.
Dall’altro, un dollaro più forte spingerà le aziende nazionali che operano nei settori concorrenziali dell’import a tagliare le proprie maggiorazioni così che i potenziali rivali esteri siano meno inclini a invadere il mercato Usa. Di conseguenza, i tassi salariali potrebbero aumentare insieme alla quantità di manodopera fornita. Questi particolari comparti poi registrerebbero un’espansione di output e occupazione.