Europa

Scrivere dal carcere: il giornalismo nelle prigioni d’Europa

Le esperienze di giornalismo nelle prigioni europee tra funzione sociale, limiti istituzionali e libertà di espressione

di Silvia Martelli

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C’è un luogo in cui il diritto all’informazione incontra una delle sue prove più complesse: il carcere. Dietro le mura degli istituti penitenziari, il giornalismo non è solo racconto, ma esercizio di cittadinanza, strumento di comprensione reciproca tra dentro e fuori, terreno di conflitto tra libertà di espressione, sicurezza e potere disciplinare. In Italia come nel resto d’Europa, le esperienze di magazine e giornali prodotti in carcere raccontano una storia poco visibile ma significativa, fatta di aperture, resistenze, conquiste quotidiane e fragilità strutturali.

Secondo Alessio Scandurra, coordinatore nazionale di Antigone, l’associazione che da oltre trent’anni monitora le condizioni di detenzione in Italia, il giornalismo in carcere svolge una funzione essenziale: rende visibile ciò che normalmente resta oltre il muro, uno spazio sociale che esiste ma di cui si sa pochissimo. Proprio per questo, iniziative editoriali nate negli istituti penitenziari non servono solo ai detenuti, ma alla società nel suo complesso, perché aiutano a comprendere bisogni, contraddizioni e condizioni materiali della vita carceraria.

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Una tradizione italiana lunga un secolo

L’Italia vanta una tradizione sorprendentemente lunga di giornalismo penitenziario. Il primo esperimento risale al 1925, con La Domenica del Carcerato, nata a Regina Coeli e diffusa in tutte le carceri del Paese. Era una pubblicazione a carattere prevalentemente ricreativo, che cessò nel 1930. Il primo periodico strutturato prodotto dai detenuti fu La Grande Promessa, fondata nel 1951 nel carcere dell’Isola d’Elba e rimasta attiva fino al 2001. La testata più longeva ancora in attività è Liberarsi dalla necessità del carcere, nata a Pistoia nel 1985.

Oggi si contano circa sessanta redazioni attive nelle carceri italiane. Un numero significativo, ma ingannevole: molte di queste esperienze sono discontinue, durano pochi anni o si limitano a bollettini a circolazione interna. La mancanza di fondi, l’alta mobilità dei detenuti e la dipendenza dal lavoro volontario rendono questi progetti strutturalmente fragili.

Scandurra sottolinea come molte iniziative siano nate con l’obiettivo di informare la popolazione detenuta e solo successivamente abbiano trovato canali di diffusione esterna, anche grazie al digitale. Un passaggio che però genera spesso tensioni con le direzioni degli istituti.

Il nodo della censura

La questione della censura resta centrale. In diversi casi recenti – da Ivrea a Trento, da Lodi a Rebibbia – le direzioni carcerarie hanno imposto condizioni stringenti: articoli non firmati, lettura preventiva dei contenuti, possibilità di bloccare testi giudicati “inappropriati”. Nel 2023, a Ivrea, il direttore del carcere ha subordinato la prosecuzione del magazine L’Alba proprio a queste clausole.

Secondo Scandurra, quando si instaura un rapporto stabile e di fiducia tra redazione e amministrazione penitenziaria, i timori iniziali tendono a ridursi e anche pratiche censorie vengono progressivamente superate. Al contrario, dove manca questa conoscenza reciproca, la censura tende a persistere, alimentata dal timore di perdere il controllo sulla narrazione interna ed esterna del carcere.

Non a caso, Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, ha espresso pubblicamente “preoccupazione” per misure che impongono o vietano la pubblicazione di articoli scritti dai detenuti o ne prevedono la lettura preventiva. Nell’aprile 2025, oltre venti magazine carcerari italiani hanno inviato una lettera aperta al ministero della Giustizia chiedendo rispetto per la libertà di espressione, maggiore accesso alle tecnologie digitali e un riconoscimento formale del lavoro svolto dai volontari dell’informazione.

Scrivere dal carcere

Per i detenuti, partecipare a un progetto editoriale risponde a più esigenze. Da un lato, la necessità di comunicare e dare forma ai propri bisogni; dall’altro, la possibilità di raccontarsi al di là della dimensione dell’emergenza o della rivendicazione immediata. Secondo Scandurra, il giornalismo carcerario consente ai detenuti di parlare anche di temi sociali più ampi, offrendo spesso letture originali e autentiche. Proprio l’esperienza diretta della marginalità permette, ad esempio, di interpretare fenomeni come le baby gang o la devianza giovanile con uno sguardo meno stereotipato di quello dei media tradizionali.

Queste esperienze funzionano anche come luoghi di formazione: non solo per chi scrive dal carcere, ma anche per i giornalisti professionisti che entrano negli istituti. Le redazioni diventano spazi di scambio tra dentro e fuori, laboratori in cui si apprendono competenze tecniche, lavoro di squadra e responsabilità editoriale.

Dalla Spagna alla Grecia: modelli a confronto

In Europa, i modelli sono molto diversi. In Spagna, La Voz del Patio, il giornale del carcere di Burgos, rappresenta un caso quasi unico. Nato nel 2019, è una pubblicazione cartacea di 24 pagine, con una tiratura di 7 mila copie, distribuite anche nei bar e nei negozi della città. La redazione è composta da nove detenuti affiancati da quattro giornalisti professionisti. «Qui ci sono persone che hanno sbagliato e che la società tende a escludere, ma restano parte della società», spiega Víctor Cámara, educatore e coordinatore del progetto, sottolineando il valore del giornale come strumento di reinserimento.

In Grecia, invece, l’esperienza è molto più limitata. Solo il carcere minorile di Avlona ha un giornale regolare, prodotto non dall’amministrazione penitenziaria ma dalla Second Chance School interna all’istituto. Proprio questa collocazione “scolastica” garantisce un’ampia libertà di espressione. Il giornale è realizzato interamente dagli studenti-detenuti, con il supporto pedagogico degli insegnanti, e ha ospitato anche un’intervista al Presidente della Repubblica, con domande scelte dagli stessi ragazzi.

Il caso ungherese e l’approccio istituzionale

All’estremo opposto si colloca l’Ungheria, dove il Börtönújság (Giornale del carcere), fondato nel 1898, è una pubblicazione istituzionale, scritta prevalentemente dal personale penitenziario. Con 48 pagine e una tiratura di 3 mila copie, il giornale ha un forte taglio informativo ed educativo: diritti e doveri, programmi di formazione, cambiamenti normativi, vita religiosa e attività culturali. Anche in questo caso, l’obiettivo dichiarato è il reinserimento, ma lo spazio di autonomia narrativa dei detenuti resta limitato.

La voce militante in Francia

In Francia il giornalismo carcerario trova una delle sue espressioni più radicali in L’Envolée, giornale militante prodotto all’esterno ma alimentato da lettere e testimonianze che arrivano dalle carceri. «L’Envolée vuole essere una cassa di risonanza per i detenuti che lottano contro il loro destino», si legge nella presentazione del progetto, che rivendica l’indipendenza dal controllo dell’amministrazione penitenziaria. Accanto a questa esperienza, l’Osservatorio internazionale delle prigioni pubblica Dedans Dehors, una testata professionale che unisce inchiesta giornalistica e lavoro di rete con detenuti e famiglie.

Un equilibrio sempre instabile

Il giornalismo dal carcere si muove in uno spazio che le istituzioni guardano con sospetto: da un lato, il modo in cui il carcere viene raccontato all’esterno; dall’altro, la circolazione di informazioni all’interno degli istituti. Eppure, come osserva Scandurra, queste esperienze sono il frutto di battaglie quotidiane portate avanti da associazioni e volontari, e sopravvivono solo grazie alla qualità del lavoro svolto.

Il limite principale resta strutturale: senza l’iniziativa di qualcuno “da fuori” disposto a entrare, costruire relazioni e assumersi responsabilità, molte redazioni non nascerebbero mai. Ma è proprio in questo spazio fragile che il giornalismo carcerario mostra la sua forza: ricordare che le prigioni non sono un mondo separato, bensì una parte della società, e che raccontarlo significa interrogare anche ciò che accade al di qua delle sbarre.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” ed è stato realizzato con il contributo di Francesco Berto (OBCT, Italia), Lola García-Ajofrín (El Confidencial, Spagna), Giota Tessi (Efsyn, Grecia) e Laszlo Arato (EUrologus/HVG, Ungheria)

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