Scrivere dal carcere: il giornalismo nelle prigioni d’Europa
Le esperienze di giornalismo nelle prigioni europee tra funzione sociale, limiti istituzionali e libertà di espressione
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C’è un luogo in cui il diritto all’informazione incontra una delle sue prove più complesse: il carcere. Dietro le mura degli istituti penitenziari, il giornalismo non è solo racconto, ma esercizio di cittadinanza, strumento di comprensione reciproca tra dentro e fuori, terreno di conflitto tra libertà di espressione, sicurezza e potere disciplinare. In Italia come nel resto d’Europa, le esperienze di magazine e giornali prodotti in carcere raccontano una storia poco visibile ma significativa, fatta di aperture, resistenze, conquiste quotidiane e fragilità strutturali.
Secondo Alessio Scandurra, coordinatore nazionale di Antigone, l’associazione che da oltre trent’anni monitora le condizioni di detenzione in Italia, il giornalismo in carcere svolge una funzione essenziale: rende visibile ciò che normalmente resta oltre il muro, uno spazio sociale che esiste ma di cui si sa pochissimo. Proprio per questo, iniziative editoriali nate negli istituti penitenziari non servono solo ai detenuti, ma alla società nel suo complesso, perché aiutano a comprendere bisogni, contraddizioni e condizioni materiali della vita carceraria.
Una tradizione italiana lunga un secolo
L’Italia vanta una tradizione sorprendentemente lunga di giornalismo penitenziario. Il primo esperimento risale al 1925, con La Domenica del Carcerato, nata a Regina Coeli e diffusa in tutte le carceri del Paese. Era una pubblicazione a carattere prevalentemente ricreativo, che cessò nel 1930. Il primo periodico strutturato prodotto dai detenuti fu La Grande Promessa, fondata nel 1951 nel carcere dell’Isola d’Elba e rimasta attiva fino al 2001. La testata più longeva ancora in attività è Liberarsi dalla necessità del carcere, nata a Pistoia nel 1985.
Oggi si contano circa sessanta redazioni attive nelle carceri italiane. Un numero significativo, ma ingannevole: molte di queste esperienze sono discontinue, durano pochi anni o si limitano a bollettini a circolazione interna. La mancanza di fondi, l’alta mobilità dei detenuti e la dipendenza dal lavoro volontario rendono questi progetti strutturalmente fragili.
Scandurra sottolinea come molte iniziative siano nate con l’obiettivo di informare la popolazione detenuta e solo successivamente abbiano trovato canali di diffusione esterna, anche grazie al digitale. Un passaggio che però genera spesso tensioni con le direzioni degli istituti.



