Scoprire Roma con gli occhi di un artista: in viaggio con Marcello Maloberti
Esagerata, teatrale, imbevuta di Dolce Vita. Tra le architetture del Plaza e i velluti del Caffè Greco, un itinerario che inizia nella casa-studio in piazza di Spagna e si dipana fra archeologia e contemporaneo.
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Sono nato a Codogno e Milano è la città dove vivo da anni. Ma a Roma trovo un’atmosfera che altrove è difficile incontrare. Ogni volta che torno faccio nuove scoperte, sento l’odore del mare (anche se è a qualche chilometro) e il profumo del cielo. Alla capitale sono affezionato perché ha ospitato alcune delle mie mostre più importanti, al Macro e al Maxxi. Ma non ci vado solo per lavoro, ho molti amici: è una città che mi fa sognare, esprime un’idea di eleganza unica legata al suo passato.
La mia vita romana si concentra soprattutto nella zona intorno a piazza di Spagna e ho abitudini ormai ben consolidate: le mie giornate sono una sorta di ritornello musicale. Minimale, con alcune variazioni, ma costante. Ricerco la bellezza, anche nella scelta dell’hotel. Mi piace molto il Plaza, ottocentesco, pieno di velluti, sculture, stucchi. Qui hanno girato, tra l’altro, il remake del Gattopardo. Frequento poi l’Hotel de Russie, a volte solo per l’aperitivo, che è ottimo anche al bar dell’Hotel Locarno. Preferisco gli alberghi storici, per l’atmosfera e persino per il profumo. Quando vado, mi viene quasi la tentazione di vestirmi in modo sfacciatamente elegante, di sfoggiare il mio completo più bello, persino di identificarmi con un altro Marcello: il più celebre, legato alla Dolce Vita. Lo ammetto, la mia Roma è un po’ esagerata, forse teatrale.
Tra i miei locali preferiti c’è il Caffè Greco con i suoi velluti rossi, dove andava de Chirico, e il Caffè Rosati amato da Pasolini e dagli artisti della Scuola di Piazza del Popolo. A pranzo o a cena, vado al Ristorante NiNo, a due minuti da piazza di Spagna: cibo toscano con qualche influenza romana, e un arredamento che non è cambiato di una virgola rispetto al passato, con camerieri – sempre gli stessi – in divisa. Ormai mi conoscono alla perfezione, incontro qui sempre Ninetto Davoli. Ho lavorato con lui per due mie performance, una alla Quadriennale di Roma e una al Pac di Milano, e siamo diventati amici. Gli piace la mia arte. Ci sono altri tre ristoranti che amo: Dal Bolognese per la sua pasta eccezionale, il giapponese Zuma e l’Hostaria da Pietro, classica osteria romana.
Fronte shopping, passo volentieri da Schostal per comprare pigiami, maglie, biancheria. È quel che si dice il negozio di una volta, sommerso di merce, tutta d’alta qualità, dove trovi il classico dei classici come i pigiami con magnifiche profilature colorate. In fondo, di Roma apprezzo queste cose “di sostanza”. Mi piacerebbe trovare una sartoria di fiducia e per ora sono stato da Litrico e da Fg. Devo ammettere però che faccio sempre un salto da Prada e da Aspesi, dove di recente ho esposto alcuni miei lavori. In effetti, per me, svago e lavoro a Roma si sovrappongono sempre di più. Ancora in collaborazione con Aspesi, ho inaugurato il 6 novembre un’installazione al Museo Etrusco di Villa Giulia, a cura di Cristiana Perrella.
A Roma la proposta artistica è infinita. Vado spesso alla Fondazione de Chirico, dove c’è la casa-studio del maestro – ho un amore viscerale per lui e ho persino dormito nel suo letto per una mia performance. Il mio pellegrinaggio dechirichiano prosegue nella Chiesa di San Francesco a Ripa, dove si trova la sua tomba. Passo anche alla Basilica di Santa Maria del Popolo per vedere la Conversione di San Paolo di Caravaggio, con quel bellissimo cavallo che sembra bagnato dalla luce della luna. È il primo suo dipinto che ho visto, riprodotto in un libro. Avevo cinque anni e mi ero immaginato che fosse il cavallo degli Indiani, perché è pezzato. In questo quadro c’è tutto quello che mi interessa: corpo, teatro, performance, cinema, il vero del vero.












