Schifano, retrospettiva al Palazzo delle Esposizioni
In anteprima la mostra dedicata a uno dei protagonisti dell’arte del secondo Novecento un excursus storico di oltre sessant’anni di carriera
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Il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica all’artista Mario Schifano (1934-1998), si inaugura il 17 marzo e chiude il 12 luglio la prima grande retrospettiva dalla sua scomparsa. Una mostra che continua il ciclo dedicato ai protagonisti dell’arte del secondo Novecento che hanno lavorato nel contesto della città di Roma. Curata da Daniela Lancioni, la rassegna propone un excursus storico che percorre gli oltre sessant’anni di carriera dell’artista, in una ricerca condotta nelle collezioni pubbliche e private in Italia e internazionali. “Siamo partiti dalle fonti, dagli scritti dei critici e degli storici dell’arte che hanno documentato il suo lavoro. Importante per noi è stata la collaborazione con le gallerie con cui l’artista aveva lavorato” riferisce Lancioni.
La retrospettiva apre con i “Monocromi”, dipinti che Schifano presentava in primis nel 1959 alla Galleria Appia Antica, mostra in cui Giuseppe Uncini esponeva i suoi primi “Cementi”. L’idea allora era azzerare tutto, in contrasto con la pittura emotiva dell’Informale. Nella stessa rassegna erano presenti anche le opere Piero Manzoni e Francesco Lo Savio, il tutto orchestrato dal poeta Emilio Villa.
I “Monocromi” divennero presto una serie ed accoglieranno numeri, lettere o come nel caso della serie “Tempo Moderno” una cornice di colore dipinta con lo smalto lucido di quelli usati per le pareti abitative, che faceva intendere uno slittamento verso la Pop art, alla quale aderirà in seguito insieme a Tano Festa e Franco Angeli.
“Mario Schifano voleva essere la pittura”, scrisse di lui un critico d’arte. La espresse in tutta la sua potenza comunicativa, sperimentandone le potenzialità come medium, legandola alle immagini televisive o adattandola alle contaminazioni linguistiche del momento.
Dopo anni di successi, tra la partecipazione alla Biennale Venezia (1964, 1978), mostre personali e collettive da Tokyo, Parigi e San Paolo del Brasile, sarà alla pittura a cui si rivolge a seguito di una crisi ideologica ed esistenziale. Schifano allora reinterpreterà le opere dei grandi maestri, Giorgio de Chirico, Umberto Boccioni, René Magritte e prese a ridipingere i suoi lavori dei primi anni ’60, dando avvio al ciclo “Sintetico dell’Inventario”.
È di pittura che parla quando nel 1985 scelse di realizzare in piazza Santissima Annunziata a Firenze “La Chimera”, una tela di quattro metri per dieci, l’opera inaugurale della mostra dedicata agli Etruschi.
Il ricordo di Mazzoli
“Schifano dipingeva tantissimo, velocemente” riferisce Emilio Mazzoli, il gallerista di Modena che ha accompagnato tutta la sua carriera. “Ci incontrammo a Roma all’inizio degli anni ’70. Vederlo dipingere era come vivere il presente e il futuro insieme. Aveva una grazia e una sensibilità unica. Abbiamo fatto tante mostre insieme. La sua prima personale la organizzammo nel 1977” ricorda Emilio Mazzoli.






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