Roma

Schifano, retrospettiva al Palazzo delle Esposizioni

In anteprima la mostra dedicata a uno dei protagonisti dell’arte del secondo Novecento un excursus storico di oltre sessant’anni di carriera

di Riccarda Mandrini

 “Interno di casa romana”, 1968 (dettaglio) di Mario Schifano, smalto, spray, grafite e pastello su tela, 303 × 720 cm, politticoCollezione privata. Foto Giorgio Benni; © MARIO SCHIFANO, by SIAE © Archivio Mario Schifano

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Il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica all’artista Mario Schifano (1934-1998), si inaugura il 17 marzo e chiude il 12 luglio la prima grande retrospettiva dalla sua scomparsa. Una mostra che continua il ciclo dedicato ai protagonisti dell’arte del secondo Novecento che hanno lavorato nel contesto della città di Roma. Curata da Daniela Lancioni, la rassegna propone un excursus storico che percorre gli oltre sessant’anni di carriera dell’artista, in una ricerca condotta nelle collezioni pubbliche e private in Italia e internazionali. “Siamo partiti dalle fonti, dagli scritti dei critici e degli storici dell’arte che hanno documentato il suo lavoro. Importante per noi è stata la collaborazione con le gallerie con cui l’artista aveva lavorato” riferisce Lancioni.

“Futurismo rivisitato a colori”, 1965 di Mario Schifano, spray e perspex su tela, 177,3 × 307 cm, trittico

La retrospettiva apre con i “Monocromi”, dipinti che Schifano presentava in primis nel 1959 alla Galleria Appia Antica, mostra in cui Giuseppe Uncini esponeva i suoi primi “Cementi”. L’idea allora era azzerare tutto, in contrasto con la pittura emotiva dell’Informale. Nella stessa rassegna erano presenti anche le opere Piero Manzoni e Francesco Lo Savio, il tutto orchestrato dal poeta Emilio Villa.

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I “Monocromi” divennero presto una serie ed accoglieranno numeri, lettere o come nel caso della serie “Tempo Moderno” una cornice di colore dipinta con lo smalto lucido di quelli usati per le pareti abitative, che faceva intendere uno slittamento verso la Pop art, alla quale aderirà in seguito insieme a Tano Festa e Franco Angeli.
“Mario Schifano voleva essere la pittura”, scrisse di lui un critico d’arte. La espresse in tutta la sua potenza comunicativa, sperimentandone le potenzialità come medium, legandola alle immagini televisive o adattandola alle contaminazioni linguistiche del momento.

“Il parto numeroso della moglie del collezionista”, 1984 di Mario Schifano, smalto e acrilico su tela e cornice, 235 × 375 cm

Dopo anni di successi, tra la partecipazione alla Biennale Venezia (1964, 1978), mostre personali e collettive da Tokyo, Parigi e San Paolo del Brasile, sarà alla pittura a cui si rivolge a seguito di una crisi ideologica ed esistenziale. Schifano allora reinterpreterà le opere dei grandi maestri, Giorgio de Chirico, Umberto Boccioni, René Magritte e prese a ridipingere i suoi lavori dei primi anni ’60, dando avvio al ciclo “Sintetico dell’Inventario”.
È di pittura che parla quando nel 1985 scelse di realizzare in piazza Santissima Annunziata a Firenze “La Chimera”, una tela di quattro metri per dieci, l’opera inaugurale della mostra dedicata agli Etruschi.

Il ricordo di Mazzoli

“Schifano dipingeva tantissimo, velocemente” riferisce Emilio Mazzoli, il gallerista di Modena che ha accompagnato tutta la sua carriera. “Ci incontrammo a Roma all’inizio degli anni ’70. Vederlo dipingere era come vivere il presente e il futuro insieme. Aveva una grazia e una sensibilità unica. Abbiamo fatto tante mostre insieme. La sua prima personale la organizzammo nel 1977” ricorda Emilio Mazzoli.

“Senza titolo (Beebe’s tree)”, 1963 di Mario Schifano, smalto e grafite su carta applicata su tela, 200 × 200 cm, dittico

Riguardo le speculazioni legate al suo lavoro degli anni ’80, Mazzoli spiega come Schifano lavorasse su due modelli differenti, le grandi serie di dipinti, quali i monocromi o opere di Pop art da esporre nelle gallerie e nelle grandi mostre e, al tempo stesso, produceva una serie di tele germinali, quadri più piccoli, prodotti in numero maggiore, che venivano vendute a basso prezzo e che alla fine furono abbandonate come modello.

Le sue quotazioni

“Oggi le tele di Schifano sono molto richieste e valgono migliaia di euro; anche alcune serie di opere germinali possono arrivare a 50.000 euro”, conclude il gallerista.
In asta, le migliori performance hanno riguardato due opere storiche: “Tempo Moderno”, 1962 battuto da Sotheby’s a Parigi nell’ottobre del 2022. Offerto a 800.000-1.200.000 di euro, ha raggiunto la cifra di 2.300.000 euro. Quindi “La Stanza dei Disegni”, 1962, che fu proposto da Christie’s a 800.000-1.000.000 di euro e pagato 1.300.000 nell’ottobre 2022 a Parigi. Queste due tele furono esposte l’anno prima nella mostra “Facing America, Mario Schifano, 1960-1965”, al Centre for Modern Italian Art (CIME) di New York. Il 1962 fu un anno importante per Schifano: a soli 28 anni partecipava alla collettiva ”International Exhibition of the New Realists” che si tenne a New York nella galleria di Sidney Janis. La mostra è nota per aver che avere aperto la strada al Nouveau Réalisme in Francia e alla Pop Art, in America.

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