Scatto in avanti per le società benefit: focus sul territorio
A dieci anni dalla legge che le ha istituite in Italia le Sb veleggiano verso quota 5mila. Crescono anche le B Corp con nuovi standard
di Chiara Bussi
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In soli tre mesi - da gennaio a marzo - 220 società hanno modificato il loro statuto includendo, oltre al profitto, il beneficio comune. Sono così diventate società benefit attraverso una vera e propria mutazione genetica per combinare il valore d’impresa con l’impatto sociale e ambientale. Secondo l’ultima istantanea dell’Osservatorio della Camera di Commercio di Brindisi-Taranto e di Infocamere con il fermo immagine al primo trimestre la platea delle Sb conta oggi 4.813 imprese - il 22% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno - con un ulteriore balzo dalle 4.593 di fine 2024. Se a livello complessivo rappresentano l’1,57 per mille del totale delle aziende del nostro Paese, l’incidenza di Sb è maggiore per le grandi imprese (19,8‰), seguono le medie (9,6‰), le piccole (3,2‰) e le microimprese (1,3 per cento). Il fenomeno si consolida sempre più a dieci anni dalle legge che le ha introdotte nell’ordinamento italiano con la Legge di Bilancio 2015, entrata in vigore nel gennaio 2016. Di pari passo cresce la loro presenza anche nella lista Leader della sostenibilità di Statista e Sole 24 Ore dove quest’anno le società benefit sono circa il 14% del totale contro l’11% dell’edizione precedente.
Una precisa scelta di campo che paga
«Essere Sb oggi significa fare una precisa scelta di campo in nome della sostenibilità e giocare d’anticipo in tempi di normative incerte per creare un valore condiviso che si rivela anche vincente in termini di competitività», spiega Mauro Del Barba, tra i promotori della legge e presidente uscente di Assobenefit. A breve passerà il testimone a Marco Morganti ma resterà presidente onorario.
Secondo la Ricerca nazionale diffusa a febbraio la scelta di diventare benefit paga: tra il 2021 e il 2023 queste ultime hanno registrato una crescita del fatturato del 26% rispetto al 15,4% delle aziende tradizionali. Non solo. Investono di più in innovazione, internazionalizzazione e sostenibilità, si distinguono per una maggiore attenzione alla parità di genere e per la presenza di giovani nei board. E creano più lavoro: il 62% di esse ha aumentato il numero di addetti contro il 43% delle imprese tradizionali.
Quattro fasi
Del Barba individua quattro fasi di evoluzione delle società benefit. «La prima - dice - è stata quella dei pionieri che hanno adottato il nuovo paradigma perché di fatto era già presente nel loro Dna. In un secondo momento le aziende hanno imboccato questa strada perché hanno capito che guardare al benefico comune oltre al profitto rende più competitivi». La terza fase è quella delle filiere, «con le grandi società che hanno modificato il loro statuto e hanno cominciato a trascinare con sè anche i loro fornitori e clienti». La quarta, che sta prendendo piede, «è quella delle istituzioni che vedono sempre più le Sb come elemento di progresso sociale del territorio». Due Regioni, Puglia e Veneto, hanno fatto da apripista con leggi ad hoc per promuovere e valorizzare questo tipo di imprese. A livello di città è stata invece Roma a tirare la volata lo scorso anno con il progetto Impresa Comune. «Anche altri centri, come Milano, Bologna, Firenze e Taranto - fa notare Del Barba - stanno valutando iniziative analoghe».
Le società benefit leader della sostenibilità appartengono ai settori più disparati. Tra le grandi ci sono, solo per fare alcuni esempi, Camst (ristorazione), Lati (termoplastici tecnici) e Reale Mutua (assicurazioni). Tra quelle medio-piccole figurano Acquevenete, tra i primi cinque gestori idrici in Italia a diventare Sb, Gentili Mosconi (moda) e Cgn, il principale provider italiano di servizi di consulenza fiscale.



