Festival dell’Economia

Scaroni: «Sul nucleare in Italia ottimista, creiamo consenso»

Il presidente di Enel a Trento: accettazione sociale è passaggio ineludibile, ma l’energia dall’atomo ci serve. Obiettivo Net Zero «quasi irraggiungibile», su rinnovabili «spesi 5 trilioni di dollari in 25 anni e coprono solo il 2% dei consumi globali»

di Sissi Bellomo

Green deal europeo al banco di prova  Nella foto: Paolo Scaroni.

3' di lettura

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Il nucleare in Italia? Un traguardo realistico e necessario per la decarbonizzazione, che può però essere perseguito solo attraverso la «costruzione del consenso» tra i cittadini. Paolo Scaroni, presidente di Enel, si professa «ottimista» sul ritorno anche nel nostro Paese dell’energia dall’atomo. E non poteva essere altrimenti visto che proprio Enel è tra i capofila su questo versante, con il 51% della neo costituita Nuclitalia (in società con Ansaldo Energia e Leonardo): «Siamo il principale azionista del nucleare futuro, ci crediamo», afferma dal Festival dell’economia di Trento. Ma subito sottolinea che l’«accettazione sociale» è un passaggio ineludibile, come avvenne a suo tempo in Francia, quando negli anni 70 il Paese decise di dotarsi una grande flotta di reattori.

«In gioco – prosegue Scaroni – c’è la nostra indipendenza energetica, che poi è anche indipendenza politica: questi non sono obiettivi di destra o di sinistra, non può esserci un partito che spinge ed uno che va contro. Bisogna costruire un consenso che sia un accordo di tutti».

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Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, concorda sulla necessità del nucleare, accanto alla prosecuzione degli investimenti in fonti rinnovabili: «È questione di buon senso, se vogliamo energia elettrica disponibile 24 ore al giorno e sette giorni su sette», dice partecipando alla stessa tavola rotonda, focalizzata sull’opportunità o meno di ripensare il percorso di transizione energetica (titolo del dibattito: «Green Deal europeo al banco di prova»).

Le fonti pulite – e il nucleare è tra queste, in termini di emissioni di CO2 – possono inoltre aiutarci ad attenuare la dipendenza dall’estero per le forniture di energia,che rimane fortissima, ricorda l’esperto: «Se nel 1973 l’Italia dipendeva dall’estero per l’83%, oggi siamo scesi solo al 76% e l’Europa al 57%. Prima era il gas russo, ora quello dagli Stati Uniti, ma non cambia molto».

Di strada da fare ce n’è ancora tanta, anche sul fronte della decarbonizzazione. E il percorso è quanto mai accidentato. «Negli ultimi 25 anni – afferma Scaroni – abbiamo fatto 5 trilioni di dollari di investimenti in nuove rinnovabili che rappresentano il 2% dei nostri consumi (di energia primaria, Ndr) e mai nella storia dell’umanità abbiamo bruciato più combustibili fossili dell’anno scorso. Questa più che una transizione è un’addizione energetica».

Il punto è che è difficile cambiare il mix delle fonti, se i consumi globali di energia aumentano, com’è normale e anche giusto che sia: «Nel mondo ci sono ancora sacche di povertà energetica che gridano vendetta – dice Tabarelli - Il consumo di carbone cresce perché è un combustibile democratico, costa poco e molti Paesi in via di sviluppo lo producono. Solo i Paesi industrializzati come il nostro possono permettersi questa elegante tensione emotiva verso il problema della CO2, ma anche per noi è pericoloso dimenticare che le politiche energetiche dovrebbero avere anche altri obiettivi: prezzi più bassi, accessibili a tutti, e sicurezza delle forniture».

La stessa Commissione europea oggi riconosce la necessità di rivedere il percorso di transizione energetica, dopo il Green Deal, varato nel 2019, e le successive misure e obiettivi – sempre più stringenti, oltre che obbligatori – fissati in seguito attraverso il piano Fit for 55 e poi con RepowerEu. «La politica è sempre sensibile agli umori degli elettori e quindi stanno prolungando scadenze, sospendendo qualche misura, ma non è un ripensamento complessivo», obietta Scaroni.

«Gli obiettivi di decarbonizzazione non sono stati rivisti, mettere la questione sul tavolo è difficile», prosegue il manager, convinto però che prima o poi anche questo potrebbe accadere. Gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030, che impongono una riduzione delle emissioni del 55% rispetto al 1990, sono «difficilissimi ma raggiungibili», secondo Scaroni. «L’obiettivo al 2040 (-90%, Ndr) e il Net Zero nel 2050 però sono quasi irraggiungibili» e di certo non possono fare a meno del nucleare.

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