Tennis

Sbarcare il lunario con la racchetta

Conor Niland, capitano della squadra irlandese della Davis, offre una testimonianza significativa su che cosa voglia dire essere un tennista professionista e girare per tornei nel circuito: lotta con i soldi, solitudine, fatica

di Eliana Di Caro

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Ci sono i predestinati, come Jannik Sinner o Carlos Alcaraz, poi i campioni della top ten, gli eccellenti giocatori tra i primi 100 del ranking Atp... e di lì in giù tutti gli altri, fino ad arrivare alla base della piramide. Nel tennis, un esercito di professionisti è in campo tutti i giorni per avanzare, conquistare punti, migliorare la propria posizione in classifica e, quindi, la propria quotidianità.Nessuno pensa a queste decine e decine di atlete e atleti, a come vivono, alla fatica che affrontano. Un’area indistinta, fino a che qualcuno non emerge dal grigio perché, sbucato dalle qualificazioni, approda nel tabellone principale di un torneo o perché batte un collega blasonato. Uno sprazzo di improvvisa notorietà che si cerca di confermare nella successiva prova, portando a casa altri punti e sperando di non precipitare di nuovo tra le mille difficoltà di chi è un ottimo professionista ma non è ancora una stella. Ecco, il libro di Conor Niland racconta la traiettoria di tutti loro: le giornate, le aspettative (tra vittorie e delusioni), la precarietà economica, la solitudine, la fatica fisica e mentale. Attuale capitano della squadra irlandese della Davis, Niland è stato il numero uno juniores d’Irlanda, una promessa giunta al primo turno di Wimbledon e Us Open che non ha spiccato il volo. Uno che da ragazzino ha vinto con Federer, ha palleggiato con Serena Williams nell’accademia di Nick Bollettieri, ha frequentato il college di Berkeley macinando successi per poi ritrovarsi nell’oceano sconfinato di future – così si chiamavano allora i tornei Itf (International tennis federation), il livello minore del circuito professionistico – sognando di passare presto ai Challenger, il livello successivo dove i montepremi cominciano a essere interessanti. E fanno intravvedere la possibilità di uscire da quello stato di incertezza che non solo pesa emotivamente ma ti fa vivere in salita e tra continue acrobazie. Come quelle di chi rinuncia al doppio (dove ci si iscrive spesso per portare a casa un po’ di soldi) se perde al primo turno in singolo e ha già il biglietto aereo l’indomani. O come quelle di chi si infila nella burocrazia infernale dei Paesi in cui è necessario il visto: un percorso a ostacoli cui ci si sottopone perché i tabelloni sono meno proibitivi e quindi le probabilità di avanzamento forse sono maggiori.

Niland, classe 1981, è figlio di genitori che volevano a tutti i costi fare di lui un tennista (stessa sorte destinata a sua sorella e suo fratello) e hanno pianificato ogni passo per cogliere questo traguardo, investendo non poche risorse. Conor si è impegnato per essere all’altezza, misurandosi con un tipo di vita che prevede – superata l’adolescenza – molte incognite e sorprese non sempre piacevoli. La prima è che non nascono amicizie tra chi gioca a tennis. Ognuno pensa per sé, è concentrato sulla propria strada, non condivide speranze e obiettivi: la solitudine è nella natura della vita del tennista. Anche chi all’inizio si mostra gentile, se va avanti nella carriera finisce per non concedere neanche più un saluto. Conor realizza rapidamente che non si può pensare di essere un professionista senza avere un coach e senza poter contare su uno sponsor: con i premi – tra viaggi, hotel, cibo, incordature delle racchette – non si campa. I future non offrono alcuna copertura, i Challenger non rimborsano le spese dell’allenatore, per cui si deve decidere se condividere una stanza o affittarne una anche per lui. L’intervento delle Federazioni a sostegno dei tennisti è di grande aiuto (in Italia è accaduto con tanti giocatori che hanno ormai oltrepassato lo stadio più complicato), non nell’Irlanda di Niland. Il quale descrive anche situazioni estreme, come quella dell’americano John Valenti: più di un decennio nel circuito professionistico senza mai guadagnare un punto nel singolare, sempre sconfitto, la maglietta con la scritta grinder (tritacarne), le giornate e le notti passate in una specie di camper.

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In questo memoir sofferto, ironico e godibile, l’autore spiega come affiori, strisciante, la piaga delle scommesse. «Una volta, la sera prima della partita di un Challenger, il telefono della mia camera d’albergo si è messo a squillare. Era strano... “Pronto?” ho detto diffidente. “Neeland?”, “Sì, chi parla?”. Non ho ottenuto risposta. «La partita di domani, puoi perderla?». Le pressioni finanziarie del tennis professionistico possono portare alla disperazione un giocatore di basso livello, e la disperazione può rendere labile il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma l’istinto mi ha spinto a riagganciare in tutta fretta».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Conor Niland

Quasi farcela

Trad. di F. Cosi e A. Repossi

Mondadori, pagg. 256, € 20

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