Sarà un Pontefice di pace e verità
Ripubblichiamo l’articolo che il teologo mons. Bruno Forte scrisse per il Sole 24 Ore il 20 aprile 2005, all’indomani dell’elezione a Pontefice di Joseph Ratzinger
di Bruno Forte
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Joseph Ratzinger-Benedetto XVI: è con gioia e commozione che scrivo queste righe parlando di lui, il nuovo Papa. È la gioia di chi — avendo avuto la possibilità di conoscerlo da vicino, di essere consacrato vescovo per l'imposizione delle Sue mani — sa chi sia questo uomo, cui la Provvidenza affida ora le chiavi di Pietro. È la commozione di chi ne ricorda la fede profonda e la squisita umanità. Di chi percepisce a quale abisso di consegna di amore a Dio e agli uomini si sia spalancato il suo cuore nel dire di sì alla chiamata, analoga a quella che risuonò un giorno per Pietro il Pescatore sulle rive del lago di Galilea.
Chi è dunque veramente questo uomo? E perché questo nome di Benedetto, un'apparente discontinuità con gli immediati predecessori? Joseph Ratzinger è anzitutto un uomo che ha giocato sin da giovane tutta la sua vita per la causa del Vangelo: senza questa fede innamorata e viva, nulla si può comprendere di lui. Prigioniero dell'invisibile, discepolo convinto e appassionato di Cristo, lo è stato senza paura in tutte le complesse stagioni della sua esistenza, dalla tragedia della guerra agli anni difficili della Germania del dopoguerra, dalle vicende epiche della ricostruzione post-bellica alla stagione della “società opulenta” sviluppatasi dagli anni 60, fino ai giorni a noi vicini della crisi delle ideologie e del relativismo postmoderno, alla barbarie del terrorismo e ai nuovi venti diguerra dell'alba del Terzo Millennio.
In tutto uomo del nostro tempo, intensamente partecipe e interprete delle sue vicende, Ratzinger è stato il credente, i piedi piantati sulla terra, lo sguardo rivolto verso il Dio che viene. Da sacerdote, da professore di teologia e pensatore apprezzato in tutto il mondo, da vescovo di una metropoli come Monaco di Baviera, da Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Ratzinger ha testimoniato con umiltà e coraggio la verità, senza cedimenti alle mode e senza mai compiacere le logiche del successo di questo mondo. La sua passione per la verità non è altro che il suo amore per Cristo. Il suo fermo proposito di servirla e di annunciarla agli uomini, non è altro che il suo obbedire al Maestro che invia il discepolo fino agli estremi confini della terra.
Chi separasse in Ratzinger la verità dall'amore non avrebbe capito nulla di questo uomo, della sua finezza intellettuale, della passione della sua vita, della misericordia e dell'attenzione agli altri di cui è dotato. Nel discorso per la celebrazione che ha preceduto il Conclave è stato semplicemente se stesso, aprendoci il suo cuore: verità e misericordia sono le parole chiave di quell'omelia, che oggi appare come una indicazione preziosa per i giorni che verranno. La verità non è detta contro qualcuno, ma per amore di tutti. La misericordia non è irenismo ingenuo, ma amore pronto a dare la vita testimoniando il solo orizzonte di luce e di speranza che non delude mai: Dio.
Il gigante della fede è il testimone della carità di Cristo. Ben lo sapeva Giovanni Paolo II, che di Ratzinger apprezzava non solo la lealtà e la straordinaria cultura e intelligenza, ma soprattutto — come ebbe adirmi un giorno — la bontà. Ed è questa commistione di amore e di verità che ha sempre favorito in lui la capacità di dialogare col nostro tempo e con le sue sfide, a cominciare da quelle della cultura laica, che nei rappresentanti più alti e significativi lo ha ricambiato con pari conoscenza e rispetto (si pensi solo ai riconoscimenti dell'Académie in Francia e al recente dialogo pubblico con Habermas).









