I ricercatori stimano i costi diretti del deterioramento del permafrost in diversi
miliardi di dollari l'anno – dato che solo la manutenzione delle tubature richiede più di un miliardo e mezzo l'anno. Nell'Artico russo, lo scioglimento del permafrost ha già causato danni a case e infrastrutture.
“Dobbiamo riconoscere che perderemo una certa percentuale di permafrost - dice Alexey Kokorin, direttore del programma per il clima e l'energia del Wwf Russia -. Nella maggior parte dei luoghi, la massa di terra congelata diventerà sempre più sottile e i periodi di disgelo, compreso il disgelo estivo, diventeranno sempre più lunghi.” Kokorin sostiene che una delle soluzioni fondamentali al problema sia di adattarsi alle nuove condizioni, che comporta il rafforzamento o la sostituzione delle infrastrutture esistenti.

Una casa galleggiane sul fiume Kolyma per i ricercatori ospiti (Photo courtesy of the Pleistocene Park)
Nikita Zimov, uno scienziato russo di 35 anni, ha un'idea diversa. Da quando aveva due anni, ha vissuto con la sua famiglia in una base di ricerca scientifica sopra il circolo polare artico nella Repubblica di Jacuzia. Dopo la laurea all'Università di Novosibirsk è tornato alla base, e insieme col padre Sergey Zimov ha avuto l'idea di ricreare l'ecosistema artico che ha preceduto la comparsa di esseri umani: steppe di tundra con grandi praterie altamente produttive.
“Stiamo cercando di reintrodurre grandi animali, la cui presenza sosterrebbe la
crescita di erba, che assorbirebbe CO2 dall'aria riportandola sotto terra,” spiega.
“Calpestando la neve, gli animali la renderebbero più compatta, facendola congelare più in profondità durante l'inverno e prevenendo il disgelo del permafrost.” Le praterie sarebbero di colori più chiari dell'ecosistema di acquitrini e piccoli arbusti di oggi, quindi la soluzione potrebbe anche ridurre l'effetto albedo – il fatto che le superfici di colori più scuri assorbono più luce solare, mentre quelle più chiare la riflettono nell'atmosfera.
Nel 1996, Sergey Zimov diede il via a un progetto nel Parco del Pleistocene, un parco di circa 144 chilometri quadrati vicino alla base di ricerca, e a circa 150 chilometri dall'oceano artico. Oggi il parco contiene 20 chilometri quadrati di territorio protetto per circa 100 specie animali, tra cui yak, pecore, renne, cavalli della Jacuzia, mucche di Kalmyk, bisonti europei e buoi muschiati.