Salute

Medici di famiglia nelle aree interne: una scelta tra spopolamento, comunità e tecnologia

Negli ambulatori delle aree interne italiane ed europee la medicina di base diventa l’ultimo presidio pubblico. Tra spopolamento, carenza di servizi e nuove tecnologie, i medici raccontano perché lavorare in periferia non è una missione, ma una scelta professionale

di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore), Andrea Muñoz (El Confidencial, Spagna) e Giota Tessi (Efsyn, Grecia)

4' di lettura

English Version

4' di lettura

English Version

L’altra faccia della medicina si vede lontano dagli ospedali, tra paesi di campagna o in alta montagna, dove l’ambulatorio, molto spesso e a causa dei fenomeni di spopolamento, diventa una sorta di ultimo presidio dello Stato. A farlo funzionare sono i medici di medicina generale.

Sono loro, anche nelle aree interne — che «sono più o meno simili in tutta Italia» — a garantire l’assistenza sanitaria a una popolazione che, nella maggior parte dei casi, è soprattutto over 60.

Loading...

Federico Contu, medico di base a Nuxis, paese di 1.400 abitanti nel Sulcis, in Sardegna, esercita la professione in “periferia” per scelta. «Nel mio caso è stato quello che volevo fare — racconta — nel senso che ho sempre pensato che avrei voluto lavorare in un paese perché mi sono reso conto che i ritmi clinici e il contesto erano più accoglienti per me». Oggi, spiega, esiste anche un dibattito scientifico su cosa possa spingere i medici a prendere incarichi lontano dai grandi centri.

Tutto ruota attorno allo spopolamento: con l’esodo degli abitanti i servizi si riducono e la vita nelle “periferie” — siano esse di campagna o di montagna — diventa più complicata. «La Sardegna ha caratteristiche orografiche che non sono uniche — argomenta Contu, che è anche presidente regionale della Fimmg —. Si parla di aree interne, che non sono semplicemente aree rurali. Osservando il quadro nazionale ci si rende conto che gran parte dell’Italia è un’area interna». È qui che operano i medici di “frontiera”, un’attività che «non è una missione, ma una scelta di vita e professionale».

«La medicina rurale è quasi una sottospecializzazione della medicina di famiglia», prosegue Contu. In passato la medicina di famiglia era più simile a quella che oggi si esercita nei paesi. Nelle città è cambiata profondamente, mentre nei piccoli centri è rimasta legata a una certa tradizionalità nell’esercizio della professione. La tecnologia è arrivata anche qui, seppure con difficoltà legate soprattutto alla qualità delle connessioni, ma senza cancellare il legame con la comunità. «Nelle aree rurali il contesto comunitario è più sentito e forte: esiste un tessuto sociale che ti permette di conoscere chi vive a fianco».

Non mancano però le difficoltà. Lontano dai centri specialistici «ci sono molti più margini di incertezza, perché l’accesso alla diagnostica è più difficile ed è più complesso richiedere consulenze». In soccorso arriva la tecnologia: «Avendo meno possibilità di agganciare esami di secondo livello si fa di necessità virtù e si cerca di sopperire con i mezzi a disposizione, come la telemedicina e la diagnostica a distanza». In alcune regioni, come l’Emilia-Romagna, i consulti con gli specialisti possono avvenire in tempo reale; in Sardegna, invece, «su questo fronte siamo molto indietro».

La giornata non finisce quando, alle 20, si chiude la porta dell’ambulatorio. Restano le pratiche burocratiche e il carico mentale del lavoro. «Ma non chiamatela missione — conclude Contu —: questa narrazione non è più corretta». Meglio definirla una scelta di vita e professionale.

Uno sguardo oltreconfine

La dimensione comunitaria emerge con forza anche in Spagna. Antonio García Navas, 57 anni, medico di famiglia e rappresentante dei medici di assistenza primaria presso il Collegio dei Medici di Cadice, ha lavorato sia in ambito urbano sia rurale. Dopo un’esperienza iniziale in città, ha scelto la medicina rurale nei primi anni Duemila, attratto da una maggiore continuità lavorativa. Oggi lavora a Paterna de Rivera, un comune di poco più di 5.500 abitanti, a circa 40 minuti di auto da Cadice.

«La grande differenza tra medicina urbana e rurale — spiega — è la componente comunitaria». Nelle aree rurali aumenta la longitudinalità dell’assistenza: si seguono i pazienti nel tempo, si fanno più visite domiciliari e si gestiscono direttamente molte emergenze. Diventano più evidenti anche i determinanti sociali della salute, dalla solitudine degli anziani alla disoccupazione giovanile.

Nel centro in cui lavora García Navas operano tre medici, con turni mattina e pomeriggio, notti in sede e un weekend al mese. La pediatria rurale è uno dei nodi critici: «Molti pediatri non vogliono lavorare a lungo in contesti isolati». Anche qui la tecnologia sta cambiando il lavoro: teleconsultazioni ed ecografi nei centri periferici permettono diagnosi prima impensabili. E nonostante tutto, «la soddisfazione professionale è spesso più alta rispetto alla medicina urbana».

Il tema della periferia attraversa anche la formazione. Carmen S. Bueno, radiologa, ha lasciato Malaga per svolgere la specializzazione a Don Benito, in Extremadura. «Sapevo che per scegliere la specialità che volevo avrei dovuto andarmene». Un’esperienza vissuta inizialmente con ambivalenza, ma che ha contribuito alla crescita professionale e personale. Come molti altri specializzandi, però, anche lei ha sempre considerato questa fase come temporanea, con l’obiettivo di rientrare nella città d’origine.

La distanza assume una dimensione ancora diversa nelle isole greche. A Kardamyla, villaggio dell’isola di Chios, essere “l’insegnante” o “il medico” significa spesso perdere il proprio nome ed essere identificati solo con il ruolo. Il rispetto della comunità convive con una distanza emotiva: si è percepiti come figure temporanee, destinate ad andare via. La partenza dell’ultimo mezzo di trasporto della giornata — bus o traghetto — segna il momento in cui l’isolamento diventa tangibile.

Una sensazione condivisa anche da molti medici. «In un piccolo paese vivi in una casa di vetro», racconta un medico che preferisce restare anonimo. «Tutti ti riconoscono, ma nessuno ti conosce davvero». Quando si chiude la porta di casa, il contrasto è netto: dall’adrenalina della clinica alla quiete assoluta del paese. Anche la connessione digitale aiuta solo in parte: «A volte amplifica la distanza e ti fa sentire spettatore della tua stessa vita».

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti