Sandro Munari, il fuoriclasse che ha cambiato la storia dei rally
Un campione inarrivabile che ha portato il suo sport nell’era moderna scrivendo pagine indimenticabili entrate nella leggenda
di Mattia Losi
5' di lettura
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Nello sport, in tutti gli sport, anche tra chi ha le capacità per diventare un professionista ci sono diversi livelli di abilità: c’è chi li pratica al massimo delle sue forze con risultati appena accettabili, chi si toglie qualche soddisfazione, chi arriva alla vittoria sfruttando i talenti ricevuti, ma senza aggiungere nulla di particolare a quello che ha ricevuto in dono da Madre Natura. Poi ci sono i campioni, una categoria a parte: fatta di poche persone che alle caratteristiche innate aggiungono impegno, costanza, volontà. Di solito sono loro a diventare i protagonisti del proprio sport, a ottenere un buon numero di vittorie, a duellare nel corso degli anni per mantenere il primato. Diventano idoli delle folle, fino a quando qualcuno riesce a sostituirli.
In effetti, a essere onesti, c’è poi un’altra categoria: i suoi membri si contano sulle dita di una mano nell’arco di un secolo, diventano leggende. Sono i campioni tra i campioni, gli inarrivabili, quelli destinati a cambiare la storia del proprio sport facendogli compiere un balzo improvviso nel futuro. Entrano nel cuore dei tifosi e... ci restano. Per sempre. Non importa chi arrivi dopo, quanto e cosa vinca. Restano sempre al loro posto, sul gradino più alto del podio, imbattibili per chiunque li abbia visti e per chi, senza averli visti, ne abbia sentito raccontare le imprese.
Sandro Munari è uno di questi pochissimi uomini straordinari: campione tra i campioni, che lo guardano con ammirazione e rispetto sapendo che lui, soprannominato Il Drago, aveva comunque un “qualcosa in più” che lo rendeva unico. Baciato da un talento straordinario, ha segnato lo sport dei motori costruendo con pazienza, giorno dopo giorno, sacrificio su sacrificio, un campione ancora più immenso di quanto avrebbe potuto comunque essere, senza sforzi.
Sandro non si è mai accontentato, non è nel suo carattere: in genere uomini così vengono chiamati perfezionisti, ma la definizione non è corretta. Per spiegarli fino in fondo bisogna ricorrere a una frase, una singola parola non basta: il Drago non è stato solo un perfezionista, è stato un pilota e un uomo che ha sempre rispettato i talenti che ha ricevuto, che non li ha mai usati per arrivare al traguardo ma per spingersi oltre. Per spostare il limite sempre più avanti; per rendere accettabili anche le sconfitte, sapendo di non avere nulla di cui rimproverarsi.
Il Drago è stato, ed è, tutto questo: possiamo veder correre chiunque e su qualunque macchina, ma il pensiero che ci accompagna è sempre lo stesso: “se ci fosse Sandro...”. Certo: se ci fosse ancora Sandro, con il volante tra le mani, vincerebbe lui. Che ha corso quando i rally erano rally, non scampagnate di pochi chilometri. Quando le macchine erano macchine, e al posto dei controlli elettronici usavi il freno con il piede sinistro mentre tenevi il destro affondato sull’acceleratore. Quando pennellare i tornanti, con il muso della macchina fermo e il posteriore a disegnare un semicerchio, voleva dire sfidare la morte con il sorriso sulle labbra. Quando le strade scoprivano i vantaggi dell’asfalto, ma conservavano ancora intatta la loro natura sterrata, riempiendo di polvere gli occhi e la gola di piloti e tifosi.







