Maggioranza

Salvini frena su Meloni al Quirinale: «La vedo bene come premier nell’autunno 2027»

E la Lega dice no alle preferenze care a Fdi

di Emilia Patta e Manuela Perrone

Matteo Salvini ministro infrastrutture e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni (Imagoeconomica)

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La Lega aziona il doppio freno a mano: su Giorgia Meloni al Quirinale e sulle preferenze. Ma sulla legge elettorale Fdi non si arrende e confida ancora in una mediazione, a maggior ragione dopo lo slittamento di una settimana del voto in Aula alla Camera, dal 7 al 14 luglio, deciso dalla Conferenza dei capigruppo insieme a un contingentamento dei tempi del dibattito nel limite di 22 ore.

La freddezza di Salvini

Gli sherpa del centrodestra potrebbero rivedersi il 2 luglio, a due giorni dal vertice di martedì, dove l’alt del Carroccio era già arrivato con chiarezza. Il 1° luglio Matteo Salvini ha lasciato trasparire indifferenza per un dossier più subìto che condiviso («Non ho tempo di occuparmene, non mi appassiona, l’importante è avere una legge che consenta a chi vince di governare») e, soprattutto, non ha nascosto la freddezza davanti all’idea dell’ascesa della premier al Colle: «Giorgia Meloni la vedo bene ovunque, però la vedo bene come rinnovato presidente del Consiglio nell’autunno dell’anno prossimo. Ma abbiamo ancora più di un anno di lavoro da fare, quindi è presto per parlare di tutto».

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Il leghista Molinari: «La riforma è già un compromesso»

Nel frattempo, il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, precisava che sulle nuove regole per il voto il Carroccio ha accettato sin troppo. «Questa legge elettorale - ha detto Molinari, ospite di Start su Sky Tg24 - nasce da un accordo tra i partiti di maggioranza ed è stata chiesta in primis da Fdi e Meloni, nel nome della stabilità. Noi della Lega che siamo radicati sul territorio, soprattutto al Nord, riteniamo che il modello migliore fosse quello che c’era, con i collegi». La riforma è stata digerita solo in virtù dell’intesa nel centrodestra, ha aggiunto Molinari , «ma non è che ora si possono rimettere in discussione altri pezzi. Questo testo nasce già da un compromesso, fare sempre “più uno” crea delle difficoltà».

L’alt leghista al modello belga

Non piace ai leghisti la proposta ibrida sottoposta dagli emissari meloniani, Giovanni Donzelli in primis, ispirata al modello belga: una lista bloccata che dà agli elettori che lo desiderino anche la facoltà di barrare i candidati graditi dopo i primi due. Con una soglia di eleggibilità sempre molto elevata e un complesso sistema di trasferimento dei voti, questo meccanismo - come osserva il dem Dario Parrini - «consente solo assai di rado uno sblocco della lista bloccata. La quota di chi riesce a scalarla «è storicamente bassissimo: circa il 10% del totale degli eletti alle ultime elezioni e in passato anche meno».

Per la Lega favorirebbe Fdi e Pd

Per la Lega (e anche per Forza Italia) non è un cambiamento gradito. Lo ha chiarito sempre Molinari: «Il sistema dei due capolista bloccati e le preferenze sotto non ci convince perché di fatto avrebbe solo uno scopo, quello di rafforzare i partiti più forti, Pd e Fdi. Preferenze vuol dire favorire chi ha più soldi da spendere e chi ha più risorse per fare campagna elettorale. Voglio ricordare che se non ci sono più le preferenze è perché gli italiani hanno votato un referendum a inizio anni 90 per toglierle».

I meloniani temono un intervento della Consulta

Ma Fdi non ha intenzione di arrendersi. E il motivo per cui insiste va oltre la meccanica elettorale e la difesa dal fuoco di Roberto Vannacci che spara contro le liste bloccate. Il timore è che la Corte costituzionale possa intervenire con una sentenza additiva introducendo d’imperio le preferenze in caso di ricorso preventivo contro il Melonellum. Ricorso al quale le opposizioni del campo largo già si sono dette pronte. Esiste un precedente: nel 2014 il Porcellum fu bocciato dalla Consulta perché le liste bloccate lunghe rendevano la disciplina «non comparabile né con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per parte dei seggi, né con altri che prevedono un numero dei candidati talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi».

L’ipotesi di uno scambio con il peso nel listone

Scongiurare un intervento della Corte è la ragione per cui da qui al 14 luglio, quando si comincerà a votare, la trattativa nel centrodestra continuerà. E fonti di maggioranza non escludono che la Lega potrebbe scendere a più miti consigli sulle preferenze in cambio di un peso maggiore nel listone di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato che scatterebbe con il premio di maggioranza.

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