Sono visibili e drammatici i morti di coronavirus trasportati dalle colonne di mezzi militari. Ma che fine hanno fatto, o faranno, i cardiopatici che per paura del coronavirus non hanno fatto ricorso alle cure mediche in queste settimane? Visibilità e disponibilità dei dati, ovvero modalità di rappresentazione delle misure, rischiano di creare distorsioni gravi. Una depressione economica senza precedenti, come quella che dovremo fronteggiare avrà conseguenze gravi sulla tenuta sociale e, in ultima analisi, sulla salute mentale e fisica degli italiani. Quante persone moriranno nei prossimi 12-24 mesi a ragione di una condizione profondamente depressiva che non consente loro di accedere a cure adeguate e a uno stile di vita salutare? Un numero che crescerà senza che se ne abbia contezza al crescere delle settimane di lockdown generalizzato e, soprattutto, senza una ripresa delle attività adeguatamente progettata, comunicata e sperimentata.
Sono decine di migliaia i bambini che in mancanza della scuola non hanno accesso a un pasto dignitosamente bilanciato al giorno e che in circa il 25% dei casi non possono seguire virtual class (40% al Sud) causa “segregazione digitale”.
E seppure reclamare la priorità della salute rispetto al Pil possa servire a sentirsi eticamente migliori, è il caso di chiarire che potrebbe trattarsi di una illusione molto pericolosa. Perché la presunta chiusura a oltranza in nome della salute uccide il futuro, in cui salute ed economia vivono l’una dell’altra.
Chi, ormai da settimane, invita a progettare per tempo gli articolati processi di uscita dal lockdown non sta declassando la salute. Anzi. Sta ponendo il problema nel quadro che merita, con profondità, ampiezza e lungimiranza.
La ripresa, peraltro, è per definizione molto più complessa della chiusura, con la stessa asimmetria di tempi e risorse che ha la ricostruzione rispetto alla distruzione. Progettare e comunicare i protocolli di ripresa delle attività per tempo e senza le confusioni della chiusura – in parte giustificate dall’emergenza – farà la differenza, per la salute e per l’economia. E benchè sia inevitabile sbagliare ancora – come suggeriva Beckett – si tenti almeno di sbagliare meglio.