Mind the Economy/Justice 89

Ronald Dworkin: il benessere, l’uguaglianza, e la disabilità

Uno stato democratico e liberale fonda la sua legittimazione politica sul fatto che ogni cittadino, nell’arena pubblica, è considerato uguale a tutti altri

di Vittorio Pelligra

7' di lettura

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Uno stato democratico e liberale fonda la sua legittimazione politica sul fatto che ogni cittadino, nell’arena pubblica, è considerato uguale a tutti altri. Un requisito che il filosofo del diritto Ronald Dworkin definisce “equal concern”, uguale considerazione, appunto, per ciascuno indistintamente. Affinché tale affermazione, però, non rimanga solo un’astratta enunciazione di principio occorre fare un passo avanti e chiedersi che tipo di uguaglianza, sul piano materiale, debba corrispondere all’uguale considerazione sul piano giuridico. Sarebbe sufficiente per sostanziare il principio di “uguale considerazione”, per esempio, garantire a tutti un minimo indispensabile di quei beni primari come l’alimentazione, la casa, le cure mediche? Sarebbe sufficiente anche davanti al fatto che quel livello minimo per alcuni è tutto ciò a cui potranno ambire, mentre per altri è solo una piccola parte dei beni dei servizi e delle opportunità di cui potranno godere? Detto in altri termini, è necessario per garantire una piena eguaglianza di “interesse” anche una uguaglianza materiale o possiamo accontentarci di politiche che ambiscano ad una mera riduzione della disuguaglianza? Dworkin sul punto è chiaro.

Un criterio forte di uguaglianza

In Virtù Sovrana, opera pubblicata nel 2000, scrive “Una volta ammesso che i membri agiati di una comunità non hanno obblighi di uguaglianza verso i loro concittadini svantaggiati, ma solo quello di garantire loro un livello minimo di vita dignitoso, si rischia di lasciare che troppo dipenda da cosa si intende per standard minimo dignitoso, e la storia contemporanea suggerisce che è improbabile che i cittadini abbienti diano una risposta generosa a questa domanda” (p. 3). Per questa ragione, conclude Dworkin, è indispensabile concentrarsi su un criterio forte di uguaglianza e non accontentarsi semplicemente di una politica che tenda unicamente a mitigare le disuguaglianze.

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L’uguaglianza che Dworkin ha in mente, l’abbiamo visto nel Mind the Economy della settimana scorsa, è quella che egli definisce “uguaglianza delle risorse”, per differenziarla da una seconda idea di uguaglianza, “l’uguaglianza del benessere”. Iniziamo ad analizzare questa seconda idea perché quando si riflette sull’uguaglianza l’idea di “uguaglianza del benessere” (equality of welfare) è la prima accezione che viene in mente, la più immediata ed intuitiva. Due persone sono uguali, in questo senso, se possono godere dello stesso livello di benessere. Il concetto stesso di benessere (well-being) e tutte le tecniche per la sua misurazione sono state sviluppate nel tempo dagli economisti proprio per individuare gli effetti della ricchezza e delle risorse materiali sulla qualità di vita delle persone. Non avrebbe senso, per esempio, cercare di far aumentare il prodotto interno lordo della nostra nazione se non assumessimo che da tale incremento della ricchezza non derivasse un certo incremento nel livello di benessere dei cittadini. Quando consideriamo una persona con disabilità ed una senza, per fare un altro esempio, ci viene naturale pensare che proprio affinché la prima possa essere considerata uguale alla seconda ella abbia diritto ad una quota maggiore di risorse necessarie. E questo proprio per garantirle la possibilità di superare tutti quegli ostacoli che a causa della disabilità, le impediscono di trarre dalle esperienze della vita un livello di benessere simile a quello sperimentato da coloro che non sono affetti dalla disabilità. Il disabile, per essere uguale, avrà diritto a maggiori risorse attraverso le quali, per esempio, ottenere maggiore facilità nella mobilità, nell’autonomia e nell’interazione. L’uguaglianza, dunque, va misurata con il metro del benessere di cui le due persone possono godere e non con quello delle risorse di cui hanno bisogno.

Cosa si intende per benessere

Tutti molto intuitivo e logico. Ma se al posto delle diverse condizioni di salute delle persone considerassimo i loro diversi gusti o le aspettative o gli stili di vita? Immaginiamo di avere da una parte un poeta che conduce una vita umile ed ascetica e dall’altra uno di quei rich kid, che hanno tanto successo oggi su Instagram. Affinché queste due persone possano dirsi uguali dovrebbero poter sperimentare lo stesso livello soggettivo di benessere. Ma perché questo sia possibile avranno bisogno di un ammontare di risorse molto differente: un pasto frugale per il primo sarà sufficiente, mentre al secondo avrà bisogno di auto di lusso, Dom Perignon e vacanze esotiche. Considereremmo giusta una politica che sottragga risorse al poeta per darle al ragazzino? Sarebbe coerente con l’intuizione che abbiamo dell’idea di uguaglianza? Si potrebbe aggirare il problema provando a trovare un compromesso. Si potrebbero, per esempio, escludere quelle quote di benessere associate a particolari gusti o attitudini. Si potrebbe anche decidere di considerare come importanti solo alcuni aspetti della persona, come le condizioni di salute, il genere o l’età. Ma se anche fossimo in grado di trovare questo compromesso necessario per superare le conseguenze paradossali legate all’uguaglianza del benessere, rimarrebbe comunque ancora un problema non da poco: cosa dobbiamo intendere esattamente per “benessere”. Dworkin al riguardo analizza due grandi approcci al tema del benessere. La prima riguarda le cosiddette “teorie del successo” (success theories of welfare). Teorie che misurano il benessere sulla base di quanto ogni individuo è in grado di soddisfare le sue preferenze, i suoi gusti, le sue aspirazioni. Perseguire l’uguaglianza in questo senso significa procedere a redistribuire le risorse a disposizione finché le persone non otterranno lo stesso “successo” nel grado di soddisfazione delle loro preferenze. Il secondo gruppo di teorie vengono definite “teorie dello stato cosciente” (conscious-state theories of welfare). L’uguaglianza secondo questa seconda prospettiva si ottiene attraverso forme di redistribuzione che rendano le persone il più possibile uguali nel godimento di alcuni aspetti o qualità della loro vita. Come un atleta, per esempio, che trova soddisfazione nella fatica a cui viene data la possibilità di allenarsi; o un meno dinamico amante dei libri a cui viene data la possibilità e il tempo di leggere steso sul divano.

Le teorie del successo

Andare troppo a fondo nell’analisi dei pro e dei contro di questi due gruppi di teorie ci porterebbe troppo lontani dalla nostra strada. Nondimeno alcuni esempi possono essere utili per farsi almeno un’idea del tipo di argomentazione utilizzata da Dworkin. Iniziamo a considerare le teorie del successo. In questo caso il governo dovrebbe procedere, per tentativi ed errori, a proporre differenti distribuzioni delle risorse e dovrebbe continuare fino a quando ogni cittadino si dirà il più realizzato possibile rispetto al soddisfacimento delle sue preferenze. Immaginiamo però che tra queste preferenze ci siano anche delle preferenze politiche, come le chiama il filosofo. Preferenze, cioè, che descrivono un ideale di vita, un orientamento politico o sociale. Queste preferenze hanno un legame non solo con il singolo individuo ma con la sua visione dell’intera società e quindi con tutti gli altri concittadini. Per alcuni queste preferenze potranno rifarsi a valori di uguaglianza o di solidarietà, mentre altri daranno più peso all’incomprimibilità delle libertà. Per altri ancora tali preferenze potranno esprimere un orientamento razzista, o sessista oppure omofobo. Ecco, l’esistenza di queste preferenze ha come implicazione – come dimostra Dworkin - la possibilità che le persone possano essere profondamente insoddisfatte rispetto alla situazione della società nella quale vivono pur essendo pienamente soddisfatte da un punto di vista individuale rispetto a tutte le altre loro preferenze non politiche. Ne consegue che queste persone pur essendo già soddisfatte rispetto a tutte le loro preferenze se non per via dei loro orientamenti politici, dovrebbero ricevere ulteriori quote di risorse come forma di compensazione. Un omofobo, per esempio, dovrebbe essere compensato per il disagio che gli crea vedere gli omosessuali trattati come tutti gli altri cittadini. Naturalmente questo risultato paradossale non può che minare alle fondamenta la possibilità di costruire l’uguaglianza delle risorse sulla base di teorie incentrate sul successo e sul soddisfacimento delle preferenze individuali. Prendiamo in considerazione, ora, il secondo gruppo di teorie, quelle che Dworkin chiama teorie “dello stato cosciente”. In questo caso l’idea è che le persone dovrebbero essere uguali con riferimento a ciò che ognuno di noi ritiene fondamentale da un punto di vista individuale: felicità, soddisfazione, realizzazione, significato, serenità, etc. La critica di Dworkin su questo punto è che la differenza che c’è tra le persone rispetto a ciò che ognuno considera importante è tale che, se anche fosse possibile promuoverne l’uguaglianza sotto questo punto di vista, esse diventerebbero diseguali sotto molti altri aspetti ancora più importanti. “In genere - scrive Dworkin sempre in Virtù Sovrana - il dolore o l’insoddisfazione sono un male e rendono la vita meno piacevole, desiderabile e di valore. Per quasi tutti, il piacere o il godimento di qualche altra forma ha valore e contribuisce alla desiderabilità della vita. Gli stati coscienti di qualche forma di questo tipo, positivi e negativi, sono componenti della concezione di vita buona di ognuno di noi, ma solo come componenti, perché quasi nessuno persegue solo il piacere o sceglierà di rinunciare a qualcos’altro che apprezza per evitare una piccola quantità di dolore” (p. 42). Come l’atleta che si deve allenare, lo studente che deve studiare o il cinefilo che deve uscire di casa e raggiungere il cinema per vedere il film che desidera vedere. Qui Dworkin vuole sottolineare che non sempre siamo motivati da motivazioni estrinseche, cioè facciamo ciò che facciamo spinti esclusivamente dalle conseguenze delle nostre scelte. “Anche quando godiamo di ciò che facciamo o di ciò che abbiamo fatto – scrive - spesso ne godiamo perché lo riteniamo prezioso, non viceversa. E a volte allo stesso modo scegliamo di condurre una vita che crediamo ci porterà meno soddisfazioni perché per altri versi è una vita che riteniamo sia più giusto condurre” (p. 44).

Le persone con disabilità

Le argomentazioni di Dworkin minano dunque alle fondamenta tutti i pilastri su cui si basa l’idea di “uguaglianza del benessere”. Tutti tranne uno che rimane ancora valido. Si tratta di quell’argomento che inizialmente ci ha fatto propendere per la bontà di una concezione dell’uguaglianza basata sul benessere e, cioè, l’esempio delle persone con disabilità. È giusto, si afferma, trasferire quote relativamente maggiori di risorse alle persone con disabilità perché in questo modo si riduce la disuguaglianza con le altre persone rispetto al benessere che questi possono sperimentare nella loro condizione. “Sembra plausibile [infatti] affermare, in base a qualunque concezione del benessere – scrive ancora Dworkin - che le persone con gravi handicap sperimentano probabilmente, come categoria, un benessere inferiore rispetto alle altre persone” (p. 60). Ma davvero le cose stanno in questo modo? Può essere certamente vero che le persone con disabilità possono avere un reddito inferiore rispetto alla media a causa della loro disabilità. Ma quindi ciò che intuitivamente noi riteniamo essere un livello più basso di benessere dipende direttamente dalla condizione di disabilità o dalle conseguenze che, nella nostra società e nelle nostre comunità, tale condizione produce, per esempio in termini di reddito o di mobilità in ambienti che non sono stati progettati tenendo conto solo delle esigenze dei sani? Anche questo ultimo pilastro sembra vacillare e sgretolarsi sotto il peso di una analisi più approfondita. “L’uguaglianza del benessere, come l’abbiamo discussa – scrive in conclusione Dworkin - appare un’idea più debole di quanto si potesse inizialmente pensare. L’uguaglianza delle risorse risulterà essere più forte?”.

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