La mostra ai Musei Capitolini

Roma plasmò Vasari, eclettico giramondo

L’artista arriva nel 1532: classicità, dialogo con artisti forestieri, contiguità col potere e viaggi gli danno fama e lo portano alla Bella Maniera

di Maria Luisa Colledani

Giorgio Vasari, «Ritratto di gentiluomo», 1540-1550 ca., Genova, Musei di Strada Nuova - Palazzo Bianco Su concessione dei Musei di Strada Nuova di Genova

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Roma come un romanzo di formazione, come una camera delle meraviglie. Così appare la città a Giorgio Vasari, quando vi arriva nel 1532, poco più che 20enne, ma già ricco di cultura e saperi artistici maturati nella Firenze dei Medici. Roma mostra ancora le ferite del sacco dei Lanzichenecchi ma il clima è spumeggiante e Vasari sboccia grazie a nuove conoscenze, alla contiguità con il potere temporale e spirituale. È un maestro nel fare rete, nel crescere e avviarsi verso la Maniera moderna, un Rinascimento pieno e consapevole, come emerge dalla mostra «Vasari e Roma», a cura di Alessandra Baroni, ricca di oltre settanta opere tra disegni, stampe, incisioni, lettere, medaglie, sculture e dipinti, di cui sedici autografi insieme a sette disegni.

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Roma è urbe pellegrina, «dalla vivacità culturale e multietnica dei tanti forestieri che l’attraversano come modello supremo di un’idea di classicità che già offre il passo alla Bella Maniera», come scrive la curatrice. Vasari arriva al seguito del cardinale Ippolito de’ Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico, che gli fa dipingere opere profane, come una Venere con le Grazie e un Baccanale di satiri alle Logge raffaellesche, equilibrio fra classico e i primi barlumi della Maniera moderna. E forse anche il Cristo portato al sepolcro (1532, Uffizi), la sua più antica opera conservata, piena di suggestioni del tempo che fu e dei tratti di Rosso Fiorentino. Sono gli anni in cui inebriarsi di classicità perché gli scavi hanno appena restituito il Laocoonte e l’Apollo del Belvedere e come non restare affascinati «in particolare di ciò che era sotto terra nelle grotte». Quelle linee, quella ricchezza di colori influenzano Vasari, quanto i bagliori mistici e i controluce di Raffaello, come mostrano il Ritratto di gentiluomo da Genova o la raffinata Natività del Monastero di Camaldoli, opera giovanile, dipinta “alla fiamminga” (1538). Proprio, lassù, nelle Foreste Casentinesi, l’artista arricchisce la sua agenda con il nome di Bindo Altoviti, potente banchiere fiorentino di fede antimedicea, vicino al nuovo papa Paolo III Farnese.

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Nel 1540-41, Vasari studia Tiziano a Venezia, si ferma a Modena e Parma per le opere di Parmigianino e Correggio e passa da Mantova dove, a Palazzo Te, resta affascinato dalla sovrapposizione fra architettura, scultura e pittura. Torna a Roma l’anno successivo, lavora per Altoviti e il cardinale Alessandro Farnese gli commissiona l’Allegoria della Giustizia (oggi a Capodimonte), il lasciapassare per entrare nella cerchia di eruditi del cardinale, che, nel 1546, gli affida la decorazione della Sala dei Cento Giorni nel Palazzo della Cancelleria, primo imponente cantiere per Vasari. Ormai, la sua fama corre grande, gli incarichi si susseguono: la monumentale Resurrezione per il monastero di Monte Oliveto a Napoli e la Resurrezione di Cristo per Filippo di Averaldo Salviati mostrano l’evolversi dei volumi, scolpiti nei molti disegni in mostra perché per Vasari disegnare è crescere: «Non rimase cosa notabile allora in Roma […] la quale in mia gioventù non disegnassi; e non solo di pitture, ma anche di sculture e architetture, antiche e moderne».

Tanti incontri, tanto viaggiare sono alla base anche delle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori et architettori, pubblicate nel 1550, ma Paolo Giovio, già in una lettera di tre anni prima, prevede per Giorgio una fama più duratura dal libro che dall’arte. I lavori non mancano: papa Giulio III del Monte (1550-55) gli chiede un progetto architettonico per le sepolture di famiglia in San Pietro in Montorio e una Chiamata di san Pietro, che però, una volta ultimata, non lo soddisfa: Vasari se la tiene e la porta ad Arezzo, dove diventa il cuore dell’altare di famiglia, nella pieve di Santa Maria, non prima di aver chiesto con una lettera a Michelangelo – collega ammiratissimo – di intercedere presso il papa per ricevere il pagamento pattuito.

Poi, vengono la Sala Grande di Palazzo Vecchio a Firenze, l’ascesa come artista di corte di Cosimo, sotto il cui principato fonda l’Accademia delle Arti del Disegno (1563) e costruisce la Galleria degli Uffizi, ma è sempre Roma a segnare il destino, anche grazie allo scambio con artisti «forestieri»: papa Pio V (1566-72) lo chiama per ornare le tre cappelle della Torre Pia in Vaticano, intitolate a san Pietro, santo Stefano e san Michele, e la Sala Regia del Palazzo Apostolico. E, per la prima volta, dopo secoli, sono proposti insieme proprio alcuni dipinti dell’originale arredo della cappella di san Michele: il tondo con l’Annunciazione del Móra Ferec Museum di Szeged (Ungheria) e le due tavole con gli Evangelisti Matteo e Giovanni, provenienti da Livorno. Questi anni, dal 1570 al 1572, sono la consacrazione definitiva e papa Pio V gli conferisce anche l’onorificenza dello “Speron d’Oro”, che luccica sul petto di Vasari nel ritratto degli Uffizi realizzato da Jan van der Straet (1571-74). Dalla classicità ai controluce di Raffello, ai volumi torniti di Michelangelo, Vasari interpreta ormai un Rinascimento maturo, «quella terza maniera che noi vogliamo chiamare la moderna, oltra la gagliardezza e bravezza del disegno, et oltra il contraffare sottilissimamente tutte le minuzie della natura, [...] dette veramente alle sue figure il moto et il fiato». Quello che certe opere, certi disegni di questa mostra tolgono anche a noi, dopo 500 anni.

Vasari e Roma, a cura di Alessandra Baroni
Roma, Musei Capitolini - Palazzo Caffarelli
Fino al 19 luglio 2026
Catalogo Gangemi, pagg. 208, € 40

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