L’intervista

Roccella: «Lavoro, per la sfida conciliazione meglio incentivi che obblighi»

La ministra riconosce la persistenza di stereotipi duri a morire, ma chiude ai congedi paritari. E rivendica gli interventi contro la violenza

di Manuela Perrone

EUGENIA ROCCELLA, MINISTRA PER LA FAMIGLIA, LA NATALITÀ E LE PARI OPPORTUNITÀ

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Rivendica le leggi contro la violenza maschile sulle donne e l’ultimo riparto per il 2025 «da 105,7 milioni, l’importo più alto di sempre» per centri, case rifugio, formazione ed empowerment delle vittime. Invoca un «dibattito meno ideologico» sul consenso. Indica nel «recupero del valore della genitorialità» l’obiettivo di fine legislatura e nella conciliazione la sfida per l’occupazione femminile, frenata da «stereotipi duri a morire». Ma chiude sui congedi paritari: «Meglio gli incentivi delle rigidità». La ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, traccia con Il Sole 24 Ore il bilancio del lavoro per le donne del primo Governo d’Italia a guida femminile.

Partiamo dal contrasto alla violenza maschile contro le donne. Si è fatto abbastanza?

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Niente è abbastanza finché anche solo una donna sarà uccisa. Tuttavia il piccolo ma significativo calo dei femminicidi che c’è stato nel 2025 (97 le donne uccise rispetto alle 118 del 2024, ndr) ci incoraggia. Evidentemente la strada intrapresa è quella giusta. In questa legislatura ci sono stati investimenti raddoppiati, attività di sensibilizzazione, e soprattutto due nuove leggi importantissime, una per il rafforzamento del Codice rosso in chiave di prevenzione, l’altra che ha introdotto il reato di femminicidio.

Ha acceso il dibattito politico il Ddl Valditara che introduce l’obbligo di consenso informato preventivo e scritto da parte dei genitori per l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole medie e superiori. Non teme che, davanti all’aumento della violenza giovanile, sia un freno alla diffusione di progetti di prevenzione?

Ma la crisi educativa nasce proprio dal progressivo indebolimento del ruolo delle famiglie! La scuola può fare molto, ma deve agire in alleanza con la famiglia. Insomma il compito educativo dei genitori va sostenuto, non svuotato. E a chi ritiene che l’introduzione dell’educazione sessuale a scuola possa ridurre la violenza contro le donne, ricordo che nei Paesi in cui ci sono questi corsi i dati non sono affatto confortanti, tutt’altro.

Un punto centrale resta la formazione. Nel 2024 il comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale antiviolenza ha sfornato il primo Libro bianco per la formazione di tutti gli attori, dai magistrati agli operatori sanitari. Linee guida preziose, ma quanto seguite? Ci sono le risorse per una svolta?

In entrambe le leggi contro la violenza promosse dal Governo ci sono norme specifiche sulla formazione degli operatori, a cominciare dai magistrati. Cogliere per tempo i segnali di pericolo significa salvare vite. Stiamo inoltre diffondendo capillarmente il Libro bianco e abbiamo firmato protocolli con associazioni di categoria, dai dentisti ai farmacisti, perché la prevenzione passa anche dalla vita quotidiana.

Il Libro bianco indica nell’assenza di consenso libero il tratto distintivo per integrare il delitto di violenza sessuale. Ma il Ddl Bongiorno sostituisce questo requisito con «la volontà contraria all’atto sessuale», accendendo lo scontro tra maggioranza e opposizioni. Lei cosa ne pensa? Un compromesso è ancora possibile?

È un disegno di legge di iniziativa parlamentare su cui è in corso una discussione in Parlamento, come del resto c’è stata sulla legge sul femminicidio. Ricordo tra l’altro che il femminismo, a livello internazionale, non è per niente compatto su questo tema. Penso servirebbe un dibattito più sereno e meno ideologico, se davvero si vuole cercare una convergenza.

A inizio febbraio è stato pubblicato il decreto con il riparto per il 2025 dei fondi per la lotta alla violenza. Facciamo chiarezza sulle cifre in campo?

Per centri, case rifugio, formazione, empowerment delle vittime eccetera stanzia l’importo più alto di sempre, 105,7 milioni di euro.

Nell’ultimo incontro del 25 febbraio con le Regioni è stato condiviso l’impegno a ridiscutere l’intesa del 14 settembre 2022 che ha modificato criteri e requisiti per centri antiviolenza e case rifugio. Qual è il disegno?

Il nostro obiettivo è garantire elevati standard di qualità ma anche scongiurare la chiusura di centri antiviolenza e case rifugio, cosa che, secondo l’allarme lanciato dalle Regioni, sarebbe avvenuta se fossero entrati in vigore i requisiti previsti dall’intesa del 2022, siglata alla fine della scorsa legislatura. Stiamo cercando una mediazione che assicuri entrambe le esigenze.

La famiglia nel bosco è stata divisa, e le cronache dai tribunali ci restituiscono vicende drammatiche in cui alle madri, anche vittime di violenza, vengono sottratti i figli per decisione dei giudici. Che cosa accade?

L’allontanamento dei minori deve essere una decisione estrema, giustificabile solo con un pericolo gravissimo e immediato. E c’è poi il problema nel problema, quello delle donne che si vedono sottrarre i bambini anche in casi di violenza. È un tema che abbiamo enormemente a cuore. C’è un disegno di legge governativo in dirittura d’arrivo in Parlamento che aiuterà a mettere ordine con un flusso dati costante. Il caso della famiglia del bosco non è unico né isolato ma è sintomo eclatante di un sistema che a volte è ostaggio di ideologia e corporativismo. Un sistema i cui squilibri sono pagati dai minori.

Violenza è anche violenza economica, legata a doppio filo con il nodo di un mercato del lavoro che rimane segnato da profondi squilibri. Le donne sono meno occupate, più povere e con carriere più discontinue. Bastano i bonus, seppur potenziati? 

I bonus e la decontribuzione per le mamme lavoratrici sono un aspetto, accanto al quale c’è la sfida importantissima della conciliazione. Perché le leggi e i contratti non fanno distinzioni di sesso, ma la maternità e il lavoro di cura troppo spesso si traducono in una penalizzazione per le donne e il mondo del lavoro è ancora costruito a misura d’uomo. Per questo stiamo investendo tanto sui congedi, sui servizi, sugli asili e i rimborsi per le rette, sui centri estivi e l’apertura estiva delle scuole, e stiamo lavorando con le imprese per diffondere una nuova sensibilità. L’organizzazione del lavoro deve accogliere chi è anche genitore, in particolare chi è madre. Perché pari opportunità non significa trattare allo stesso modo situazioni diverse, ma mettere tutti in condizioni di impegnarsi e realizzarsi.

Al decennale di Alley Oop Il Sole 24 Ore alla Camera lei ha lanciato un appello alle opposizioni a unire le forze sui temi che riguardano le donne. Su congedi paritari e doppio cognome vede la possibilità di un’intesa?

Credo che le opportunità funzionino meglio delle costrizioni. Al di là dei problemi di sostenibilità economica, non credo al dirigismo. Penso che la condivisione del lavoro di cura fra madri e padri possa essere meglio stimolata con incentivi e premialità, che si adattano alle diverse situazioni delle famiglie, che non attraverso obblighi e rigidità. Sui congedi noi abbiamo investito molto, aumentando dal 30 all’80% la retribuzione tre mesi di congedo parentale, raddoppiando le giornate annuali per i congedi per la malattia dei figli, innalzando l’età per la fruibilità di entrambi gli strumenti. E il risultato è che l’utilizzo è cresciuto molto, anche da parte dei padri.

La Corte costituzionale a maggio 2025 ha dichiarato l’illegittimità del mancato riconoscimento della madre intenzionale per i figli di due donne nati tramite Pma effettuata all’estero. Lei non pensa che il vuoto normativo vada colmato?

In Italia si è genitori o per filiazione naturale o per adozione, e ogni bambino gode di pieni diritti, in qualsiasi modo sia venuto al mondo. Fatta salva la tutela dei bambini, che è totalmente assicurata, e il rispetto per le sentenze, non credo sia segno di progresso l’idea di una genitorialità “intenzionale” che cancella volontariamente la mamma o, in questo caso, il papà.

A proposito di progresso: sono passati 80 anni dal voto alle donne e lei ha giustamente sottolineato che è la democrazia a compiere 80 anni, eppure i dati sull’affluenza restituiscono segnali di flessione in particolare della partecipazione femminile. Come invertire la rotta?

In quel primo voto andò alle urne l’89% delle donne aventi diritto. C’era entusiasmo, volontà di contare. Da tempo un’affluenza simile in Italia sembra un miraggio. Ma io credo che il ritorno alla politica, a un dibattito a volte anche troppo acceso, ma vitale, dopo la lunga stagione dei governi tecnici, potranno ricordare a tutti noi che il cuore della democrazia è proprio il voto, la partecipazione.

Manca un anno alla fine della legislatura e il crollo demografico non si arresta. Quali sono le priorità su cui intende concentrarsi?

Le curve demografiche non si invertono nel breve tempo di una legislatura, anche perché decenni di denatalità hanno ridotto il numero di donne in età fertile. Noi continueremo a lavorare fino all’ultimo giorno sui pilastri seguiti fin qui: sostegni economici diretti alle famiglie, servizi e conciliazione vita-lavoro, occupazione femminile. Per dare un aiuto concreto a chi dà un futuro alla società, e per favorire il recupero del valore sociale della genitorialità.

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