Competitività

«Robot umanoidi, in Europa la partita della credibilità»

Parla William Shi, ceo europeo di Agibot, l’azienda cinese che produce robot: nel Vecchio Continente «pensiamo a modelli adattativi»

di Marco Gervasi

William Shi, ceo europeo di Agibot.

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La Cina non ha vinto la corsa ai robot umanoidi: l’ha riscritta. Con migliaia di unità impiegate e una capacità manifatturiera senza eguali, Pechino controlla oggi la componente fisica di un settore in grande trasformazione. A spiegare cosa questo significhi per l’industria europea è William Shi, ceo europeo di Agibot.

Diecimila robot

William guida l’espansione europea di Agibot dall’ufficio di Milano, scelto come base strategica per l’ingresso nel mercato continentale. Agibot ha recentemente annunciato il suo robot umanoide numero 10mila, diventando una delle prime aziende al mondo a raggiungere questa soglia su scala industriale. Una traiettoria che ha convinto alcuni tra i più importanti investitori cinesi e globali — tra cui Tencent Holdings, HongShan Capital Group (già Sequoia China), C-Capital ed Lg Electronics — a puntare sulla robotica embodied. La società mira a una valutazione compresa tra 5,1 e 6,4 miliardi di dollari in vista di una quotazione alla Borsa di Hong Kong prevista per quest’anno.

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Il valore del benchmark europeo

La prospettiva di William è quella di chi conosce entrambi i lati: la tecnologia dall’interno e le aspettative — e le resistenze — del cliente europeo. «L’Europa è un mercato esigente, ma è anche il luogo dove le aziende che sanno conformarsi costruiscono credibilità globale», osserva. «Chi supera il benchmark europeo ha acquisito grande credibilità».

La rivoluzione portata dai robot umanoidi non riguarda solo le loro capacità, ma il loro cervello. A Shanghai, nella sede di Agibot, i robot vengono “educati” prima di essere consegnati ai clienti. Lo spazio dedicato alla loro formazione — già tremila metri quadri, già insufficienti — è un ambiente controllato in cui i robot apprendono compiti specifici. Ogni gesto viene registrato, etichettato, trasformato in input per il modello fondazionale Go One. «Non è un laboratorio di ricerca», precisa William. «È già volto alla produzione».

La governance dei dati

L’architettura di Agibot rivela molto su come la Cina pensi alla robotica. Il robot è strutturato su tre livelli: il Cerebrum, il layer cloud per l’intelligenza interattiva; il Cerebellum, l’elaborazione on-device per locomozione e controllo della manipolazione; e l’Ontology, il corpo fisico. Questa architettura tripartita non è solo una scelta ingegneristica — ha implicazioni dirette sul piano della governance dei dati che chi opera in Europa deve saper leggere: la divisione tra computazione locale e cloud determina dove vengono elaborati i dati operativi, con quale latenza, e — domanda non banale per un operatore europeo — sotto quale giurisdizione.

Il vantaggio cinese nel hardware non si limita ad Agibot. La Cina rappresenta oggi circa l’80% della produzione globale di robot umanoidi ed è in testa nei depositi di brevetti. Questa posizione non è casuale: il 15° Piano Quinquennale (2025-2030) nomina esplicitamente l’«intelligenza embodied» tra le sei industrie del futuro da sviluppare. Lo Stato di Hubei ha destinato 10 miliardi di yuan al settore; Wuhan ha aperto una struttura dedicata al training dei robot da 200 milioni di yuan. Il modello è quello della politica industriale coordinata: i dati generati nelle Robot Academies sono condivisi, a beneficio dell’intera industria. Per chi è abituato ad analizzare la governance dell’AI comparata, questo non è semplicemente un vantaggio competitivo: è un modello digitale che non ha equivalenti in altri sistemi.

Shi: «In Europa pensiamo a modelli adattativi

Shi inquadra questa strategia con precisione: «In Cina, il training avviene attraverso le Robot Academies. È un modello che funziona perché abbiamo la scala, l’infrastruttura e la coordinazione necessarie. In Europa dobbiamo pensare a modelli adattativi: i dati generati in Europa restano qui, e il training locale alimenterà un ecosistema locale».

Sul fronte dei settori di applicazione, Shi è esplicito nell’identificare le priorità per il mercato europeo: «Il settore degli eventi e delle fiere sono i due sbocchi naturali. La sequenza prevista — prima ambienti controllati come fiere ed eventi, poi un ambiente industriale progressivo — segue la stessa logica a gradini che ha caratterizzato l’espansione cinese: costruire affidabilità operativa prima di affrontare la complessità di una linea produttiva reale.

Sul fronte della regolamentazione, Shi non la vede come un ostacolo: «I robot saranno inseriti in un contesto industriale solo quando saranno state ottenute tutte le relative certificazioni e licenze e soprattutto si sarà instaurata la giusta fiducia nelle macchine».

Per un’azienda europea che valuta l’adozione di robot umanoidi, le domande che contano non sono ancora quelle tecniche. Sono domande di governance: chi controlla i dati generati in produzione, dove vengono elaborati, sotto quale giurisdizione, e con quale diritto di accesso da parte del fornitore? Sono domande che i contratti standard non coprono ancora, e che richiedono una lettura trasversale — industriale, legale e geopolitica insieme.

Che questa consapevolezza sia già presente nel management di Agibot è, di per sé, un segnale strategico.

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