Musica

Rivoluzionario corpo a corpo con il bardo

Verdi e Shakespeare. Il Maestro di Busseto colse subito la sfida a cimentarsi con «Macbeth», che va in scena nella versione originale, «Otello» e «Falstaff», mentre rimase incompiuto il «Re Lear»

di Raffaele Mellace

Sempre contemporaneo. «Sorridi al desio» Giuseppe Verdi nell’interpretazione di Davide Forleo

4' di lettura

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Per il Festival Verdi 2025 un riconoscimento prestigioso come la Medaglia del Presidente della Repubblica non rappresenta semplicemente l’occasione per celebrare, con la solennità e la visibilità del caso, la 25a edizione della manifestazione, con annesso decennale del programma collaterale Verdi Off. Costituisce soprattutto l’avallo d’un ruolo e di una funzione che il Festival si è attribuito e ha assolto con ammirevole determinazione nel primo quarto di questo millennio: farsi carico della valorizzazione internazionale del patrimonio e dell’eredità verdiana. Compito non da poco: certo, il compositore celebrato è un evergreen (si perdonerà il gioco di parole), ma la concorrenza di istituzioni titolate in Italia e nel mondo non manca.

Il segreto del Festival sta nell’aver individuato una chiave nel proporre Verdi ad appassionati, esperti e nuove generazioni, e nel mantenersi fedele a tale cifra interpretativa. Cifra che consiste nella missione di restituire la musica del Bussetano con rigorosa accuratezza filologica e scientifica, mirando a proporre nei propri allestimenti la massima fedeltà possibile al dettato originale. Un abito di autenticità alla lettera delle partiture che s’intreccia alla sfida di riproporre lo spirito verdiano in termini aggiornati e perfino provocatori, nella leggerezza di sguardi innovativi, per il tramite delle iniziative di Verdi Off. L’intento, unitario, è la promozione di una conoscenza più profonda e dunque di un apprezzamento più pieno di un patrimonio culturale formidabile e più che mai vitale.

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Rende possibile la tensione necessaria a un progetto tanto ambizioso la stretta collaborazione instaurata con un’altra prestigiosa istituzione parmense, l’Istituto Nazionale di Studi Verdiani, i cui frutti risulteranno particolarmente evidenti nell’edizione del 25°. Il cartellone operistico, incentrato sulle tre opere shakespeariane di Verdi – Macbeth, Otello e Falstaff (una quarta, il vagheggiato Re Lear, rimase negli intenti) – propone infatti per la prima volta i due titoli della piena maturità secondo la lezione delle nuove edizioni critiche tuttora in preparazione per University of Chicago Press e Casa Ricordi: l’Otello inaugurale (direttore Roberto Abbado, regia di Federico Tiezzi, per la prima volta al Regio, scene di Margherita Palli) a cura di Linda B. Fairtile dell’Università di Richmond, Virginia, esperta di Verdi e Puccini, e Falstaff (sempre al Regio, con la ripresa della regia di Jacopo Spirei e la direzione di Michele Spotti), curato da Gabriele Dotto, direttore scientifico dell’Archivio Storico Ricordi.

L’edizione critica, nelle parole di Francesco Izzo, referente dell’Istituto verdiano presso il Festival, consiste in un’«operazione di ripulitura», «che recupera o rettifica dettagli della notazione verdiana che si erano persi o corrotti nelle edizioni a stampa tradizionali, e che permettono agli interpreti di avvicinarsi a questi capolavori con rinnovata consapevolezza e nuove opportunità espressive e interpretative». Si pensi ad esempio a quei dettagli di fraseggio ed espressione che, nell’orchestrazione, si discostano dalla tradizione dominante. L’edizione critica mette insomma in mano ai direttori, ai cantanti e all’orchestra una guida meditata e affidabile che possa orientarli, al di là di qualsiasi dogma, in scelte consapevoli. Come dire, il meglio della ricerca e del pensiero critico al servizio di uno spettacolo coinvolgente.

L’interesse del terzo Shakespeare verdiano (sempre in edizione critica, di David Lawton) è costituito dalla scelta della versione del Macbeth: non la “definitiva” parigina, bensì quella originale, non meno che rivoluzionaria, «espressamente scritta e personalmente diretta» da Verdi, come recita il manifesto coevo, per il Teatro della Pergola di Firenze nel 1847, cioè nel bel mezzo degli “anni di galera”: un primo corpo a corpo col Bardo che Verdi individuò prontamente come l’opera degna d’esser dedicata al suo secondo padre, il suocero e benefattore Antonio Barezzi.

Altra scelta qualificante, Francesco Lanzillotta dirigerà l’opera, con la regia di Manuel Renga, non nella sala del Regio, ma in quella più raccolta del Teatro Verdi di Busseto, più vicino alla secentesca Pergola che non all’Opéra parigina del secondo Macbeth. Il pubblico sarà invitato a vivere sulla propria pelle, a “distanza ravvicinata”, la tensione sperimentale di un evento fortemente voluto da quel visionario che fu l’impresario Alessandro Lanari, in un’Italia in cui allestire Shakespeare non rappresentava una tradizione (il citato manifesto chiamava il Bardo “Skahspear”), bensì una rottura rispetto alla cultura classicista dominante. Inutile dirlo, Verdi tenne dietro alla scommessa da par suo, nell’invenzione musicale come nelle soluzioni scenografiche e scenotecniche, per le quali profuse un’attenzione spasmodica.

Concentrandosi con tanto rigore di ricerca su questo doppio ritratto Shakespeare-Verdi, la 25esima edizione del Festival si ripropone la missione civile di contribuire alla riflessione sulla fragilità della società di oggi, grazie alle voci intrecciate di due artisti costantemente tesi a mettere a nudo le contraddizioni e le perversioni dell’animo umano e le loro ricadute sulla comunità.

Con spin-off di patente attualità, come la suite dallo shakesperiano Timone d’Atene di Luca Francesconi, commissione del Festival, diretta da Michele Gamba. Non manca neppure un legame con la memoria della città: l’inaugurazione con l’Otello, eseguito dalla Filarmonica Arturo Toscanini, rinnoverà una consuetudine di Parma con l’ultimo capolavoro tragico verdiano instauratasi prestissimo, a soli cinque mesi dalla prima scaligera, nella quale aveva suonato, come secondo violoncello, la massima gloria musicale parmense: Arturo Toscanini, appunto. Tout se tient.

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