Rivoluzionario corpo a corpo con il bardo
Verdi e Shakespeare. Il Maestro di Busseto colse subito la sfida a cimentarsi con «Macbeth», che va in scena nella versione originale, «Otello» e «Falstaff», mentre rimase incompiuto il «Re Lear»
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Per il Festival Verdi 2025 un riconoscimento prestigioso come la Medaglia del Presidente della Repubblica non rappresenta semplicemente l’occasione per celebrare, con la solennità e la visibilità del caso, la 25a edizione della manifestazione, con annesso decennale del programma collaterale Verdi Off. Costituisce soprattutto l’avallo d’un ruolo e di una funzione che il Festival si è attribuito e ha assolto con ammirevole determinazione nel primo quarto di questo millennio: farsi carico della valorizzazione internazionale del patrimonio e dell’eredità verdiana. Compito non da poco: certo, il compositore celebrato è un evergreen (si perdonerà il gioco di parole), ma la concorrenza di istituzioni titolate in Italia e nel mondo non manca.
Il segreto del Festival sta nell’aver individuato una chiave nel proporre Verdi ad appassionati, esperti e nuove generazioni, e nel mantenersi fedele a tale cifra interpretativa. Cifra che consiste nella missione di restituire la musica del Bussetano con rigorosa accuratezza filologica e scientifica, mirando a proporre nei propri allestimenti la massima fedeltà possibile al dettato originale. Un abito di autenticità alla lettera delle partiture che s’intreccia alla sfida di riproporre lo spirito verdiano in termini aggiornati e perfino provocatori, nella leggerezza di sguardi innovativi, per il tramite delle iniziative di Verdi Off. L’intento, unitario, è la promozione di una conoscenza più profonda e dunque di un apprezzamento più pieno di un patrimonio culturale formidabile e più che mai vitale.
Rende possibile la tensione necessaria a un progetto tanto ambizioso la stretta collaborazione instaurata con un’altra prestigiosa istituzione parmense, l’Istituto Nazionale di Studi Verdiani, i cui frutti risulteranno particolarmente evidenti nell’edizione del 25°. Il cartellone operistico, incentrato sulle tre opere shakespeariane di Verdi – Macbeth, Otello e Falstaff (una quarta, il vagheggiato Re Lear, rimase negli intenti) – propone infatti per la prima volta i due titoli della piena maturità secondo la lezione delle nuove edizioni critiche tuttora in preparazione per University of Chicago Press e Casa Ricordi: l’Otello inaugurale (direttore Roberto Abbado, regia di Federico Tiezzi, per la prima volta al Regio, scene di Margherita Palli) a cura di Linda B. Fairtile dell’Università di Richmond, Virginia, esperta di Verdi e Puccini, e Falstaff (sempre al Regio, con la ripresa della regia di Jacopo Spirei e la direzione di Michele Spotti), curato da Gabriele Dotto, direttore scientifico dell’Archivio Storico Ricordi.
L’edizione critica, nelle parole di Francesco Izzo, referente dell’Istituto verdiano presso il Festival, consiste in un’«operazione di ripulitura», «che recupera o rettifica dettagli della notazione verdiana che si erano persi o corrotti nelle edizioni a stampa tradizionali, e che permettono agli interpreti di avvicinarsi a questi capolavori con rinnovata consapevolezza e nuove opportunità espressive e interpretative». Si pensi ad esempio a quei dettagli di fraseggio ed espressione che, nell’orchestrazione, si discostano dalla tradizione dominante. L’edizione critica mette insomma in mano ai direttori, ai cantanti e all’orchestra una guida meditata e affidabile che possa orientarli, al di là di qualsiasi dogma, in scelte consapevoli. Come dire, il meglio della ricerca e del pensiero critico al servizio di uno spettacolo coinvolgente.
L’interesse del terzo Shakespeare verdiano (sempre in edizione critica, di David Lawton) è costituito dalla scelta della versione del Macbeth: non la “definitiva” parigina, bensì quella originale, non meno che rivoluzionaria, «espressamente scritta e personalmente diretta» da Verdi, come recita il manifesto coevo, per il Teatro della Pergola di Firenze nel 1847, cioè nel bel mezzo degli “anni di galera”: un primo corpo a corpo col Bardo che Verdi individuò prontamente come l’opera degna d’esser dedicata al suo secondo padre, il suocero e benefattore Antonio Barezzi.


