Formazione

Riscoprire motivazione e senso nel lavoro attraverso la filosofia e la lettura

Riflettere sul lavoro come contributo al bene comune aiuta a trasformare la fatica in soddisfazione e a mantenere viva la motivazione anche nei momenti difficili

di Luca Barni*

3' di lettura

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Mi piace il lavoro. Non lo dico con leggerezza, ma con la consapevolezza che, per quanto ci siano giorni complicati, il piacere di fare ciò che faccio rimane una costante. La motivazione non mi manca e mi permette di affrontare le sfide quotidiane, di alzarmi la mattina con un’energia che sembra già anticipare il giorno. Ma sono umano, e questo significa che a volte mi sento scarico e la spinta interiore è flebile. Allora succede che la stanchezza non è solo fisica, ma anche mentale. In quei momenti, il mio integratore non è un caffè ma, da anni, la lettura.

La lettura ha un effetto terapeutico: mi ricarica, mi riporta in contatto con me stesso, ricreando il link con il senso profondo del lavoro e dell’impegno. Leggere non è una fuga dalla realtà, ma un modo per vederla con occhi più nitidi, per ritrovare la prospettiva giusta. Nei tanti libri che ho incontrato, un pensiero di Salvatore Natoli, filosofo, sulla motivazione e sul senso del lavoro mi ha particolarmente colpito.

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Natoli scrive: «Non v’è dubbio che un lavoro se non motiva affligge, ma non può mai motivare se si assume a misura sempre e solo sé stessi. Al contrario può motivare se ognuno nel fare il proprio lavoro prende a misura gli altri. Allora ci si accorge che nel fare quel che si fa – qualunque lavoro che sia onesto – si offre sempre un servizio a qualcuno e ciò dà senso alla nostra fatica. Se facciamo bene il nostro lavoro qualcuno ci ringrazierà anche se non sappiamo chi è: lavorando si distribuisce un bene da cui gli altri traggono beneficio. E noi siamo anche altri». Questo richiamo al “misurarsi con gli altri” non è nuovo nella tradizione filosofica: Aristotele, nella sua Etica Nicomachea, osservava che l’uomo realizza la sua felicità (eudaimonia) non isolandosi, ma nel vivere e agire nella comunità. Quindi il lavoro, se inteso come attività onesta e rivolta al bene comune, diventa strumento non solo di realizzazione personale, ma di servizio verso gli altri.

È un pensiero semplice, eppure intenso perché mette in luce una verità che a volte dimentichiamo: la motivazione non nasce solo dalla gratificazione immediata, dai risultati visibili o dal riconoscimento esterno, ma anche dal rapporto che il nostro lavoro costruisce con chi ci circonda. Ogni azione, ogni decisione presa in azienda ha un’eco che va oltre il nostro piccolo mondo. Quando cominciamo a vedere il lavoro come un servizio, come un modo per contribuire a qualcosa di più grande, allora anche le fatiche diventano meno significative. La fatica si trasforma in cura, in attenzione, in responsabilità verso gli altri.

Questa prospettiva è fondamentale, soprattutto in contesti aziendali complessi. L’iperattività ci focalizza sui numeri, sugli obiettivi da ottenere. Ci concentriamo su ciò che è immediato e tangibile, perdendo di vista il contesto più ampio in cui operiamo. Eppure, ogni organizzazione, ogni progetto non è solo un insieme di attività e procedure: è un sistema vivo, fatto di persone, di relazioni, di effetti che si propagano oltre il nostro sguardo immediato. Alzare lo sguardo e riconoscere questo sistema dà profondità a ciò che facciamo. Ti permette di andare a casa stanco, sì, ma piacevolmente stanco, consapevole di aver contribuito a qualcosa che ha valore anche per altri.

Il primato del senso

Padre Natale Brescianini, con parole limpide, mette l’accento sul rischio che la fatica diventi dolore quando non se ne coglie il senso: «Senza il senso la fatica rischia di diventare dolore». La frase è un monito importante: non basta lavorare con impegno, non basta produrre risultati; è necessario capire perché lo facciamo. E la lettura, il contatto con il pensiero degli autori “passati” e recenti ci aiuta a riscoprire perché: Nietzsche in Amor Fati suggerisce che la sofferenza, se interiorizzata come parte di un percorso che ha senso, è una fonte di crescita personale. La sofferenza è parte inevitabile del cammino dell’uomo e Nietzsche la rivaluta quando dice che la «… formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: non volere nulla di diverso, né dietro né davanti a sé, per tutta l’eternità».

Le letture sono un carburante – oltretutto ecologico - per la motivazione. Ricordano che il lavoro, anche quando è difficile o ripetitivo, è un terreno in cui possiamo seminare valori, cura, attenzione.

Sono pensieri, questi, che valgono per tutti. Non importa quale sia la posizione nell’organigramma, non importa quanto grande o meno grande sia il nostro ruolo: alzare lo sguardo e vedere l’azienda come sistema, come contesto in cui possiamo esprimerci cambia radicalmente l’esperienza del lavoro. Dà profondità, trasforma la fatica in soddisfazione.

Perché, in fondo, lavorare bene significa anche questo: distribuire un bene invisibile, utile, necessario, e scoprire, giorno dopo giorno, che nel farlo diventiamo noi stessi migliori.

*Direttore Bcc Centropadana

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