Risk Management

Rischio clinico in sanità: il vero costo non è quello che si vede in bilancio

Per strutture, regioni, istituzioni, attuari e assicuratori è il momento di costruire un linguaggio comune così da rendere le risorse più efficienti a beneficio dell’intero sistema

di Delia Roselli *

OSPEDALE DI VENERE  REPARTO   DI NEONATOLOGIA IMAGOECONOMICA

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Quanto costa davvero il rischio clinico a una struttura sanitaria italiana? La domanda sembra semplice ma la risposta, fino a poco tempo fa, era quasi sempre la stessa: “dipende”. Dipende dall’anno, dalla regione, dal numero di contenziosi aperti, dalla sensibilità del CFO. Con il decreto attuativo della Legge Gelli (D.M. 232/2023), questa risposta evolve. Ogni azienda sanitaria è oggi chiamata a giustificare con numeri e modelli attuariali la propria scelta di copertura: assicurazione totale, autoritenzione, soluzione mista. Una sfida che riguarda l’intero ecosistema: ospedali, regioni, assicuratori.

Il convegno organizzato pochi giorni fa da Università Cattolica e AmTrust Assicurazioni ha messo per la prima volta allo stesso tavolo esperti di diritto, clinici, attuari, CFO e assicuratori. Un dialogo prezioso, perché il rischio clinico è uno di quei temi in cui ciascun attore guarda solo il proprio pezzo di tabella e la somma dei pezzi non restituisce mai il quadro reale.

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I numeri in campo

I numeri presentati dal professore Nino Savelli, docente di Teoria del rischio in Università Cattolica, aiutano a inquadrare la portata del tema. Su una regione tipo da 22.000 posti letto, il costo atteso annuo dei sinistri di responsabilità civile sanitaria si attesta intorno ai 294 milioni di euro. È il valore “medio”, quello che si userebbe per costruire un budget. Ma il budget medio racconta solo metà della storia: simulando 100.000 scenari possibili, nel 5% dei casi peggiori il costo sale a 381 milioni — quasi 90 milioni in più, un +30% rispetto all’atteso. Negli scenari estremi, seppure molto improbabili, si arriva a 541 milioni. Significa che una struttura sanitaria che pianifica solo sul valore medio ha una probabilità su due di sforare, e per essere ragionevolmente coperta deve poter contare su una riserva aggiuntiva che molti bilanci non prevedono ancora.

Serve un cambio di passo culturale

È il punto su cui il nuovo decreto chiede al settore uno scatto culturale. Non basta più decidere, in una prospettiva binaria, assicurazione o autoritenzione: la scelta deve risultare da una delibera motivata dei vertici, supportata da analisi quantitative. È una postura che tutela anche chi decide, perché offre una base tecnica documentata alle valutazioni di responsabilità amministrativa, e che permette di calibrare meglio gli accantonamenti di Fondi Rischi e Fondi Riserva Sinistri: voci di bilancio i cui effetti emergono nel tempo, quando i contenziosi sanitari, notoriamente “lenti”, arrivano a chiusura. Un dato esemplificativo: nella RC sanitaria, dopo un anno dall’evento è stato pagato solo il 6% del costo finale di una generazione di sinistri. Dopo dieci anni, si arriva al 76%. Se confrontiamo queste evidenze con quella della RC Auto, scopriamo che dopo un anno è già stato pagato il 35-40%.

È un settore, quindi, dove le decisioni di oggi pesano sui bilanci di domani, anche fra quindici o vent’anni, in quanto la crescita esponenziale della riserva sinistri espone la struttura sanitaria a un significativo rischio che la riserva sinistri accantonata possa risultare insufficiente a causa di andamenti sfavorevoli dei fenomeni impliciti nelle valutazioni (es. inflazione sinistri, variazione della giurisprudenza o della normativa sulla valutazione dei danni alla persona). Non a caso le certificazioni del revisore legale, anch’esse introdotte dalla nuova normativa, per queste poste potranno utilizzare metodiche di controllo di natura attuariale laddove la dimensione lo consenta.

Resta un tema che il settore può affrontare insieme: il livello di confidenza da adottare nei modelli. Mentre banche e assicurazioni operano da anni con framework consolidati come Basilea III e Solvency II, che impongono soglie particolarmente prudenziali per misurare il loro rischio, le strutture sanitarie stanno definendo il proprio approccio attraverso metriche condivise come il Value-at-Risk (VaR). La soglia tecnicamente più adatta - secondo il prof. Savelli sarebbe ragionevole tra il 75% e l’85% - è oggetto di un confronto in corso tra esperti e operatori del settore, ed è uno degli ambiti in cui la condivisione di prassi comuni potrà arricchire la portata applicativa del decreto e rendere più omogenee e confrontabili le esposizioni al rischio.

I risvolti per il mercato

Cosa significa tutto questo per il mercato? Che il dialogo tra strutture sanitarie e assicuratori cambia natura. Avere modelli attuariali interni - o saperli leggere - permette alle aziende ospedaliere di scegliere con “consapevolezza” il layer di rischio da trattenere e quello da cedere, e di costruire strategie miste più efficienti del bivio “tutto in proprio” o “tutto assicurato”. Un esempio concreto: stratificare il rischio in tre fasce - fino a 100.000 euro a carico della struttura, fino a 1,5 milioni a carico della regione, oltre questa soglia all’assicuratore - concentra la copertura proprio sui pochi sinistri (meno dell’1% in numero) che su un bilancio possono però incidere in modo significativo.

Serve un linguaggio comune

C’è infine un fronte che riguarda i clinici e i risk management. I modelli attuariali danno il meglio quando i dati sui sinistri sono affidabili, completi e raccolti in modo strutturato. La Legge Gelli ha avviato un percorso in questa direzione, con il ruolo di Agenas e l’attenzione agli eventi sentinella: un percorso in cui il settore sta investendo, con margini di sviluppo ancora ampi. Il Risk Management quantitativo ha l’opportunità di dialogare con il Risk Management clinico: i modelli non sostituiscono la conoscenza dei reparti, ma la valorizzano e la rendono confrontabile.

Come compagnia che opera da anni nella RC sanitaria, crediamo che questo sia il momento di costruire insieme - strutture, regioni, istituzioni, attuari, assicuratori - un linguaggio comune del rischio. Non per spostare risorse da un attore all’altro, ma per renderle più efficienti a beneficio dell’intero sistema. Perché il rischio clinico, alla fine, ha ricadute su tutti: pazienti, contribuenti, operatori, e misurarlo bene è il primo passo per gestirlo meglio.

* Head of Healthcare Management - AmTrust Assicurazioni

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