Riprende la danza della moda, fra desiderio di leggerezza e sensualità
Da Fendi ad Alberta Ferretti e N.21 le sfilate di Milano si aprono con l’entusiasmo di chi torna finalmente al contatto, sensazioni che si traducono in abiti sensuali e avvolgenti
di Angelo Flaccavento
2' di lettura
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Si apre la fashion week milanese e la moda torna massicciamente in presenza, diciotto mesi dopo lo scoppio della pandemia e le susseguenti alterne vicende degli show digitali, così efficaci ma impersonali. Si tira un sospiro di sollievo: i vestiti sono cose vive per corpi con un volume che si muovono in ambienti tridimensionali. Escludendo i parterre a occupazione ridotta, quindi privi di calca e di gente in piedi, e considerando le mascherine come parte della nuova normalità, sembra di riprendere là dove si era interrotto. Identico il teatrino mediatico all'ingresso, con molta gente in posa per le foto e i professionisti che tirano dritto perché qui si lavora, non ci si esibisce a favor di camera come influencer all'arrembaggio.
Nulla è cambiato, dicevamo. Identici i ritardi, in barba allo streaming. Identica la ricerca di effetti speciali e la sensazione che la comunicazione fine a se stessa guidi in maniera prepotente anche questa industria. Insomma, l'auspicato e necessario cambiamento non pare al momento essersi realizzato. Però, si ha di nuovo la magnifica certezza di esserci, di star lì, in carne e ossa. Non a caso, si riparte dal corpo, dalla fisicità così a lungo negata. C'è voglia di movimento, leggerezza, libertà, sensualità, tatto. Viene in mente una memorabile mostra dedicata al designer americano Stephen Burrows, When fashion danced (Quando la moda danzava).
Da Fendi, nel suo primo show fisico ad un anno quasi dalla nomina a direttore creativo, Kim Jones si lascia guidare da un ritrovamento d'archivio: un disegno del mitico Antonio Lopez, sodale di Karl Lagerfeld e della sua musa, Anna Piaggi, ai tempi di Studio 54 e poi di Vanity, rivista sperimentale, diretta proprio dalla Piaggi. Ovvero, gli stessi anni dell'apogeo di Burrows, che era nero e di successo in un panorama meno a compartimenti e statico del presente.
Di quel frangente, Jones carpisce le forme lunghe e poi i colori lisergici, che mescola ad un bianco puro e smorzante. L'impressione, rispetto al prêt-a-porter di esordio, è di una benvenuta morbidezza, anche se il segno di Jones rimane secco e angoloso. A confronto, il suo tailoring è sinuoso e convincente, e invero balla sul corpo. Fluttuano le pellicce, lievi e maestose, vera specialità della casa, ma la ricetta abbisogna di un equilibrio più convincente.
Alberta Ferretti lavora sulla sensualità: del corpo rivelato da spacchi, aperture, sovrapposizioni; delle mani sapienti che intrecciano, plasmano, annodano, seguendo un disegno artigianale tutto italiano. La collezione ha una leggerezza tipicamente Ferretti: non zuccherina, al contrario concreta, addirittura coriacea. Però, anche qui, è difficile seguire una trama o un racconto, perché l'azione si sperde per ogni dove.

