«Rimango un contadino, rispetto l’imponderabile e qui ho visto la Luce»
Lamberto Frescobaldi. Una famiglia che produce vino dal Medioevo, studi in California, viaggi in tutto il mondo. Orgoglio toscano e «rispettose digressioni» dalla tradizione
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«Il contadino conosce l’imponderabilità della vita e delle cose: qui a Montalcino ricordano tutti la brinata della mattina del 21 aprile 1997 e a Castiglioni nel Chianti la grandinata di un pomeriggio del settembre 1999. Io mi sento un contadino. Il contadino è misurato. Non esprime mai troppo le proprie gioie, le proprie paure, i propri incubi, le proprie fantasie notturne, perché pronunciandole teme di esserne fagocitato. Non sono un uomo d’affari. Il cliente ti misura sul prodotto. Soprattutto quando è volubile e infedele come nel caso del vino. La Volkswagen di Ferdinand Piëch aveva una regola: un ingegnere a capo di ogni dipartimento. La mia prima auto fu una Fiat Uno 45 S, colore verde. La macchina di Vittorio Ghidella. Amo le moto. Nel 2000 la Ducati, appena risanata, lanciò la Multistrada. Andai a Borgo Panigale dal presidente Federico Minoli e gli chiesi come lavorassero con il marketing. Non facevano nulla. Non avevano nemmeno l’ufficio preposto, perché l’unico marketing che funzionava era la qualità che attivava il passaparola. Capita così anche nel vino».
Chiedilo al Sole
Lamberto Frescobaldi, insieme ai cugini, è alla guida operativa e strategica del gruppo di famiglia, che ha un posizionamento articolato e complesso nel wine business (nel 2025, 165 milioni di euro di fatturato), coronato da alcuni vini iconici come il Masseto e l’Ornellaia prodotti a Bolgheri. Non siamo, però, a Bolgheri. Oggi ci troviamo appunto a Tenuta Luce, nella parte più selvaggia delle colline di Montalcino, filari di Sangiovese, di Cabernet Sauvignon e di Merlot e ottocento ettari di bosco di lecci, pini, corbezzoli, querce, l’odore del Mediterraneo a quaranta chilometri mescolato con i profumi degli alberi e delle piante ovunque, in una miscela stordente e bellissima: «Ho dedicato tutta la mia vita a questo progetto, a questa tenuta, ai suoi vini. È la cosa che sento più vicina a me. Da bambino ci venivo con mio padre Vittorio. Qui abbiamo investito insieme alla famiglia Mondavi. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con Tim Mondavi, il guru californiano del vino di origine italiana desideroso di fare un investimento nel Paese dei suoi antenati, in un progetto che poi è proseguito e si è sviluppato in autonomia, quando i Mondavi vendettero la loro azienda. Il mio attaccamento è affettivo e strategico. Credo moltissimo in questi vini», dice Lamberto.
Nella cucina di Tenuta Luce, l’indicazione data da Lamberto allo chef Riccardo Cappelli è di concentrare cura e creatività sulla tradizione contadina toscana, la grammatica della guida Michelin nella sua versione più modernista qui ha poco senso. Il pane fatto in casa è buonissimo, con e senza l’olio. La focaccia con pomodori freschi e una punta di acciughe anche. Davanti a noi, a una temperatura perfetta, si trovano i vini prodotti in Tenuta Luce: il Luce Brunello, il Luce (50% di Sangiovese e 50% di Merlot), il Lux Vitis (95% Cabernet Sauvignon e 5% Sangiovese), il Lucente. Dice Frescobaldi, con la stessa passione e la stessa precisione che dovevano appartenere ai membri dell’Arte dei Vinattieri nella Firenze dei Medici: «Luce è il vino simbolo e identitario della tenuta. È un vino toscano nato a Montalcino, un incontro pionieristico e proporzionato fra Sangiovese e Merlot. Lux Vitis rappresenta per noi la capacità di interpretare parcelle ed espressioni uniche all’interno della tenuta. Lucente invece è il vino “piacere” della tenuta e viene fatto con Merlot e Sangiovese».
Si ferma. E, poi, procede con la cautela di chi sa che, soprattutto nel vino, lo spirito dei luoghi va rispettato: «Luce Brunello invece rappresenta per noi il legame con la cultura e la tradizione di Montalcino». Fuori dalla sala da pranzo il caldo assassino di questa estate è mitigato dal vento fresco che arriva dal Mar Tirreno regalando momenti di refrigerante gioia a tutti. All’interno del casale il fresco è naturale e privo degli eccessi mortiferi da aria condizionata.
L’antipasto, da mangiare bevendo il Lucente annata 2023, consiste in una melanzana alla parmigiana con crema al pecorino e chips di pane. La descrizione che Lamberto fa di sé è concreta e riflette una vocazione famigliare. Suo padre Vittorio, che oggi ha 97 anni, ha studiato agraria. Lo stesso ha fatto lui prima in Italia alla facoltà di agraria di Firenze e poi negli Stati Uniti alla University of California Davis, dove si è specializzato in viticoltura ed estimo agrario: «La mia famiglia produce vino dal Medioevo. Siamo stati commercianti, imprenditori tessili, banchieri e vignaioli. Le prime vigne furono in Val di Pesa. In una lettera Donatello, che abitò in affitto in un nostro palazzo a Firenze dal 1421 al 1426, scrive di avere acquistato il nostro vino. Come sempre accade, l’incontro con il mondo avviene fuori dalla famiglia. Ero ignorantello, ma non presuntuoso. Uno dei miei mentori fu Darrell Corti, proprietario di una enoteca a Sacramento. Nel 1985, mentre frequentavo la Davis, il sabato e la domenica lavoravo da lui, che capì subito che non sapevo nulla di vino. Il mercoledì sera organizzava le degustazioni. Mi ha fatto conoscere i grandi francesi come i Margaux e i Lafitte. I vini australiani, cileni, sudafricani, georgiani. Come capita quando hai vent’anni e degusti, bevevo tanto e sputavo poco: alla fine della serata camminavo storto. Era bellissimo. Napa Valley era fantastica. Non era il posto fighetto e un po’ snob di oggi».








