«Molti bivacchi sono diventati destinazioni di persone che magari non erano mai andate in montagna. Qualcuno pubblica l’immagine di un paesaggio spettacolare, il luogo diventa virale e ci si può trovare davanti a un incremento esponenziale dei visitatori», dice ancora Beltramo.
Montagna instragrammabile
Ma non c’è soltanto Instagram. È cresciuta anche la propensione verso le attività all’aria aperta e sono cambiati i modi di frequentare le alte quote. Il rifugio non è più necessariamente una tappa lungo il cammino lungo i più di 60mila chilometri di sentieri che solcano la Penisola. Sempre più spesso è la destinazione. E questo li cambia profondamente di significato.
Talvolta diventa qualcosa di ancora diverso. Ci sono rifugi che organizzano settimane per bambini, seminari universitari, concerti, presentazioni di libri e documentari. «Se organizzo un concerto al rifugio, posso attirare un pubblico che altrimenti non sarebbe mai venuto. Se organizzo una gara di arrampicata, arriveranno i climber». Sempre più spesso i rifugi diventano anche promotori di attività culturali e turistiche.
Il rifugio, ricorda Beltramo, «è anche un’impresa economica» e come ogni impresa cerca di interpretare, e qualche volta anticipare, la domanda. Così sono cambiati i menu, gli spazi, le camere e la comunicazione. Prima Facebook, poi Instagram e ora TikTok hanno permesso ai gestori di avere un rapporto diretto con gli ospiti e di trasformare il rifugio stesso in una destinazione. I gestori più anziani ricordano quando i rifugi erano soprattutto un punto di partenza per escursioni alpinistiche. Oggi con l’esplosione dell’escursionismo «l’alpinismo tradizionale è un po’ calato, in molti invece vengono qui per passare una notte e tornano a valle il giorno successivo o raggiungono un rifugio vicino», dice Giacomo “Mimmo” Fiorelli, che a 72 anni ancora gestisce, dal 1986 il Rifugio Giannetti, in Valtellina.
La trasformazione, però, porta con sé un equivoco. Soprattutto nei rifugi facilmente raggiungibili, alcuni visitatori si aspettano un servizio simile a quello di un ristorante o di un albergo. «Si confonde il rifugio con il ristorante o con l’hotel», osserva Beltramo, confermando la percezione di Fiorelli e molti altri gestori. Cambiano così le aspettative: i tempi di attesa, la scelta dei piatti, il rapporto tra qualità e prezzo, la disponibilità di acqua calda.