Sanità

Malattie croniche, gestione da rivedere a partire dai rischi collegati all’obesità

La disfunzionalità dell’adipe si riflette sui tessuti arteriosi, cardiaci e renali e queste interconnessioni rappresentano una sfida importante per il Ssn, ma anche un’opportunità per migliorare la presa in cura dei pazienti con patologie complesse

di Francesca Cerati

3' di lettura

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Le malattie croniche in Italia colpiscono 24 milioni di persone e sono responsabili dell’85% dei decessi complessivi, con una spesa sanitaria associata alla loro gestione che supera i 65 miliardi di euro all’anno (e nel 2028 ne spenderemo quasi 80). Oltre la metà di questi costi riguarda la sindrome cardio-renale-metabolica, che affligge quasi 11,6 milioni di persone, di cui 4,7 milioni presentano simultaneamente almeno 2,5 fattori di rischio per questa condizione. Per la sanità pubblica il costo diretto è pari a quasi 37,1 miliardi di euro: di cui 19,5 per i 4,7 a maggiore complessità, cui è da aggiungere una spesa sanitaria out of pocket pari ad almeno altri 1,1 miliardi di euro dovuta al 31% di visite specialistiche e diagnostiche fatte in regime privato.

A ricordarlo è un documento dal titolo “Viaggio nelle cronicità” realizzato con il contributo incondizionato di Boehringer Ingelheim e nato con l’obiettivo di accendere un faro su queste “relazioni pericolose”. Il documento interattivo contiene per ogni sezione un QRcode che rimanda ai talk realizzati tra le Istituzioni politiche e i diversi interlocutori.

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Ma cosa si intende per sindrome cardio-renale-metabolica (Crm)? Secondo la definizione dell’American Heart Association, il quadro è legato a un disordine sistemico caratterizzato da interconnessioni fisiopatologiche tra fattori di rischio metabolici, malattia renale cronica e sistema cardiovascolare. Il problema è che, nella pratica, queste cronicità si traducono in un maggior rischio di disfunzioni multiorgano ed elevata incidenza di malattie e più alta mortalità cardiovascolare.

CRONICITÀ NELLA POPOLAZIONE ITALIANA

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La progressione del quadro prende il via spesso dall’accumulo di tessuto adiposo in eccesso, specie nell’area addominale. La disfunzionalità dell’adipe si riflette sui tessuti arteriosi, cardiaci e renali, provocano insulino-resistenza e steatosi epatica associata a disfunzione metabolica. Nel tempo, queste condizioni fisiopatologiche facilitano lo sviluppo di aterosclerosi coronarica subclinica, danno d’organo miocardico e declino progressivo della funzione renale, predisponendo a un elevato rischio di malattie cardiovascolari, insufficienza renale, disabilità.

Ecco perchè l’approvazione, di qualche giorno fa, dell’emendamento che istituisce un fondo dedicato alla prevenzione e alla cura dell’obesità è stato definito «un passo decisivo per il miglioramento della salute pubblica» da parte delle società scientifiche. Il fondo prevede un supporto di 1 milione di euro per ciascuno degli anni 2025, 2026 e 2027, cui si aggiungeranno ulteriori finanziamenti di 200mila euro nel 2025, 300mila euro nel 2026 e 700mila euro nel 2027.

LE MALATTIE CRONICHE PIÙ DIFFUSE

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«Perché questo passaggio risulti pienamente efficace, è ora necessario che l’obesità venga inserita al più presto nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), e che venga pubblicato e implementato il Piano Nazionale Cronicità, che include finalmente l’obesità tra le patologie croniche - ha detto Rocco Barazzoni, presidente della Sio (Società italiana dell’obesità) -. Chiediamo inoltre la definizione e implementazione nelle Regioni di Pdta (Percorsi diagnostici terapeutici assistenziali) dedicati. È infatti essenziale che vengano messe a disposizione dei cittadini affetti da obesità percorsi di diagnosi e trattamento efficaci, con terapie adeguate per affrontare una patologia dal fortissimo impatto sanitario, sociale ed economico».

Le persone adulte con obesità in Italia rappresentano infatti il 12% della popolazione, ovvero circa 6 milioni, a cui si aggiunge un altro 40% circa di persone in sovrappeso. Questo significa che nel nostro Paese un problema di eccesso di peso riguarda oltre la metà degli individui adulti e, in linea coi dati europei, circa il 30% dei bambini.

E se da un lato le interconnessioni cardio-renali-metaboliche rappresentano una sfida importante per il Servizio sanitario nazionale, dall’altro sono anche un’opportunità per migliorare la presa in cura dei pazienti affetti da patologie complesse. E poichè è noto che la disfunzione di anche uno solo di questi sistemi comporta, a cascata, delle ripercussioni anche su tutti gli altri e, dall’altra parte, che il miglioramento di uno di questi sistemi si ripercuote positivamente sugli altri, è necessario individuare strategie comuni di trattamento per interrompere il circolo vizioso tra rene, cuore e metabolismo, anche alla luce del progressivo invecchiamento della popolazione, visto che l’età aumenta i pericoli. Da qui, la necessità di un approccio interdisciplinare e l’impegno di istituzioni ed esperti.

«L’Intergruppo per la prevenzione e la presa in carico delle cronicità nasce per accendere i riflettori sulle complessità legate alle patologie cronico-degenerative - segnala il senatore Guido Liris, membro della Commissione Bilancio del Senato -. È necessario ricorrere a un approccio integrato, potenziare le cure territoriali, riservando all’ospedale solo la gestione delle fasi acute, e favorire l’accesso alle terapie innovative. È altresì fondamentale investire sulla prevenzione primaria e secondaria per ridurre il peso delle complicanze e migliorare la qualità della vita dei pazienti. Particolare attenzione va prestata alle interconnessioni cardio-renali-metaboliche, che, per la loro complessità, rappresentano il paradigma delle cronicità e richiedono l’adozione di un approccio personalizzato e multidisciplinare».

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