Moda uomo a Parigi /3

Rick Owens fra classicismo e sovversione

La collezione AI 26-27 del designer è brutale e sbrecciata, di una bellezza scabra che non concilia ma incita al confronto

di Angelo Flaccavento

Ric Owens AI 26-27

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Nonostante la galoppante omogeneizzazione, a Parigi non mancano gli autori, ciascuno con un personalissimo punto di vista, ciascuno con la sua idea del maschile. Li stiamo vedendo in questi giorni di sfilate. Dopo le esplosioni tatliniane ed espressioniste della scorsa stagione, reduce dai successi della mostra Temple of Love, Rick Owens riduce il teatro e aumenta il senso di realtà - la sua realtà, sia chiaro: brutale e sbrecciata, di una bellezza scabra che non concilia ma incita al confronto. La prova si intitola Tower e in effetti torreggiante è l’aggettivo più adatto a descrivere le silhouette irremissibilmente verticali, rese ancora più lunghe dagli altissimi tacchi e zeppe, ma evidenti pure in un passaggio centrale che, a sorpresa, prevede polpacci nudi e scarpe rasoterra.

Owens fa Owens, sempre e comunque: ha un segno dalla forza assolutista che avanza per scarti millimetrici. Questa stagione tutto appare particolarmente compatto, coeso, funzionale, con una nota di punk che sporca e ricorda quanto Owens stia in bilico tra classicismo e sovversione.

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Alla terza uscita, IM Men, il progetto guidato dal trio composto da Sen Kuwahara, Yuki Itakura e Nobutaka Kobayashi, designato a rappresentare il mondo Issey Miyake sulle passerelle della moda maschile parigina, trova un equilibrio particolarmente convincente tra astrazione della forma, estensione della ricerca tessile, concretezza d’uso, muovendo con intelligenza dall’inestimabile patrimonio della maison - da Miyake l’archivio è quanto mai vivo, luogo di conservazione e sperimentazione - verso nuove destinazioni: leggere ma ponderate, ancestrali e futuristiche. Sono abiti multifunzione, questi, che riscrivono categorie nel nome del solo vero carattere che definisce il contemporaneo: il nomadismo, condizione del pensare ancor prima che dell’esistere.

Kartik Kumra è arrivato solo al secondo show parigino con il suo marchio Kartik Research, ma si sta affermando come uno dei nuovi autori più interessanti del panorama internazionale. Unisce con grazia infinita e ponderata leggerezza, senso del colore, gusto della forma pura e squisitezza della decorazione indiana. La sua moda è gentile, ma ha carattere, e non ricorda nulla di già visto, aspetto non secondario.

È un fuoriclasse anche Julian Klausner: senza troppe fanfare o soverchi protagonismi, continua ad imprimere la propria impronta a Dries Van Noten, fedele all’identità del marchio ma capace di rinfrescare la formula in modo ineffabile. Questa stagione segue un filo narrativo emozionante, esprimendosi in maniera asciutta invece che sentimentale - è qui la differenza. Immagina il momento in cui si lascia casa per affrontare nuove avventure, o per andare all’università, e ci si portano dietro vestiti che sono amici, souvenir, portafortuna. Mescola con gusto sopraffino cappe, kilt, cappotti lunghi e stretti, maglie di ogni tipo, blazer da collegio, giacche di pelle. È a tutti gli effetti grunge: pittorico e spontaneo invece che zozzo e slabbrato, e il risultato è esaltante.

Mike Amiri, in arte semplicemente Amiri, è l’araldo di uno scintillante glamour maschile dallo spiccato sentore di America anni 70: pantaloni sartoriali e cardigan ricamati al posto della giacca. Il gusto è personale, e certamente non per tutti, ma la coerenza di visione è ammirevole, ed è il motivo del crescente successo.

Yohji Yamamoto, infine, immagina un plotone di clochard vestiti di amabili brandelli, di pugilanti un po’ aggressivi e un po’ pentiti, tutti abbattuti ma pugnaci e soprattutto di ogni età. La visione dolente dell’esistere è tradotta in sgarrupata poesia del vestire, toccante come sempre.

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