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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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Secondo il World Inequality Report, il reddito totale della metà più povera della popolazione mondiale è inferiore a quello dello 0,1% più ricco. Non stupisce, quindi, che la disuguaglianza economica sia tornata al centro del dibattito pubblico, e non solo per ragioni di giustizia. Una vasta letteratura empirica associa livelli elevati di disuguaglianza a più povertà, più criminalità, peggiore salute mentale e cardiovascolare, minore aspettativa di vita. Ma c’è un costo meno visibile e forse più insidioso: la disuguaglianza logora il capitale sociale, cioè quell’insieme di reti, norme e fiducia reciproca che, secondo la celebre definizione di Robert Putnam (1993) – elaborata proprio studiando le regioni italiane – permette a una comunità di cooperare per obiettivi comuni. Dove il capitale sociale è più basso, le economie crescono meno, gli investimenti rendono meno, le amministrazioni pubbliche funzionano peggio. Una recente meta-analisi di un centinaio di studi conferma una relazione negativa, piccola ma sistematica, fra disuguaglianza e comportamenti prosociali (Yang e Konrath, 2023).
C’è, però, un altro fatto sociale che complica il quadro. Le persone, infatti, non giudicano tutte le disuguaglianze allo stesso modo. L’origine della disuguaglianza, ovvero il modo in cui queste disuguaglianze si sono determinate sul mercato, sembra fortemente influenzare i giudizi di valore degli individui sulla sua accettabilità. Una serie ormai vasta di esperimenti mostra che siamo disposti ad accettare, e perfino ad apprezzare, differenze di reddito che derivano dall’impegno o dal talento, mentre rifiutiamo quelle che dipendono dalla fortuna (Almås et al., 2020). Starmans, Sheskin e Bloom (2017) sostengono addirittura che ciò che le persone detestano non è la disuguaglianza in sé, ma la disuguaglianza ingiusta: messe di fronte alla scelta, preferiscono una società disuguale ma “meritocratica” a una egalitaria ma arbitraria. Questa preferenza per il merito sembra avere radici profonde: la si osserva già nei bambini in età prescolare e, in forme rudimentali, persino nei primati non umani. Ed è alla base della più diffusa giustificazione della disuguaglianza nel discorso pubblico, la cosiddetta retorica della meritocrazia: se i ricchi sono ricchi perché se lo sono meritato, non c’è nulla da correggere.
Fin qui i giudizi. Ma i giudizi si traducono in comportamenti? Se vivo in una società in cui le disuguaglianze sono dovute alle differenze di merito e di talento, sono più disposto a fidarmi degli altri, a cooperare, a coordinarmi con loro, rispetto a una società in cui la ricchezza dipende dal caso, come in società in cui contano prevalentemente le condizioni di partenza, i legami familiari o rendite di potere nei meccanismi allocativi? La domanda è cruciale per capire se una società meritocratica, oltre a rendere la disuguaglianza più accettabile, la renda anche meno dannosa per il tessuto sociale.
In un articolo appena pubblicato sul Journal of Economic Behavior and Organization, con Sanket Sen, Abhijit Ramalingam e Ananish Chaudhuri, abbiamo provato a rispondere a queste domane con un esperimento online su oltre mille partecipanti (Sen et al., 2026). Nel nostro esperimento, abbiamo assegnato ogni partecipante ad una di quattro “società”. In due, tutti ricevevano una stessa dotazione monetaria, alta o bassa, a riprodurre delle società completamente egalitarie. Nelle altre due, dotazioni monetarie diverse convivevano in una stessa società. In una, l’elevata produttività in un compito che tutti svolgevano ad inizio esperimento garantiva una dotazione più elevata: una meritocrazia perfetta. Nell’altra, la dotazione assegnata era estratta a sorte, per cui in questa società la fortuna era l’unica origine della disuguaglianza. Abbiamo poi misurato il capitale sociale di queste “società” attraverso tre giochi classici dell’economia sperimentale: un gioco della fiducia, il dilemma del prigioniero (che è un classico gioco di cooperazione), e un gioco di coordinamento. Il punto essenziale di questo nostro esperimento è che, in tutti i confronti, teniamo fisso chi gioca con chi – ricchi con ricchi, poveri con poveri – e cambiamo solo la “società” in cui i giocatori sono immersi. In questo modo, isoliamo l’effetto della disuguaglianza in sé e della sua origine da possibili altri effetti legati alla reciprocità o all’avversione alle disuguaglianze.
Il primo risultato conferma i risultati prevalenti nella letteratura sull’impatto delle disuguaglianze sul capitale sociale. Il semplice fatto di vivere in una società disuguale riduce l’affidabilità nel gioco della fiducia e, soprattutto, la disponibilità a coordinarsi. Non è la propria condizione a cambiare, ma il contesto: sapere che intorno a noi esistono ricchi e poveri basta a rendere più prudenti, e meno cooperativi.