Agricoltura

Ricambio generazionale, il nodo della terra frena i giovani agricoltori italiani

Costi fondiari elevati e accesso limitato ai terreni restano il principale ostacolo all’avvio di nuove aziende agricole under 40

di Alessio Romeo (Il Sole 24 Ore) e Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna)

(Adobe Stock)

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In Italia l’accesso alla terra resta il principale ostacolo al ricambio generazionale in agricoltura. Nonostante i numerosi incentivi e programmi nazionali che si aggiungono al premio di primo insediamento e alle misure dedicate ai giovani finanziate dalla Ue attraverso i programmi di sviluppo rurale delle Regioni, il costo dei terreni (ampiamente superiore alla media europea, 22.400 euro a ettaro contro 15mila secondo Eurostat, con la maggior parte delle compravendite che riguarda operazioni di riassetto fondiario piuttosto che nuovi acquisti) è il primo freno pratico all’apertura di una nuova azienda.

L’interesse per il settore però è in crescita e la percezione della figura dell’imprenditore agricolo è totalmente cambiata (in meglio) negli ultimi anni, aiutata anche dalla forte crescita del costo della vita nelle grandi città. Attualmente, secondo la Coldiretti sono circa 50mila i giovani agricoltori che lavorano nelle campagne italiane. In valore assoluto le regioni con il maggior numero di imprese agricole giovanili sono la Sicilia (6.100 aziende), la Puglia (5mila) e la Campania (4.800).

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L’indirizzo produttivo più gettonato tra i giovani agricoltori risulta quello legato ai cereali (grano, mais, legumi da granella) scelto dal 16% delle imprese, che precede ortofrutta (13%), allevamento (11%), vino (11%) e olio (9%). A caratterizzare le imprese guidate da giovani è la spinta verso l’innovazione e la multifunzionalità, con la diversificazione dell’attività agricola verso servizi come l’agriturismo e l’agricoltura sociale. Secondo l’ultimo rapporto della Rete rurale nazionale la produttività media per superficie delle imprese giovanili italiane è pari a 4.500 euro per ettaro, doppia rispetto alla media europea, con 2,5 miliardi di euro di investimenti in agricoltura 4.0 e 5.0.

Il quadro italiano si inserisce in un contesto europeo fortemente disomogeneo. Nell’Unione europea, in media, solo il 12% dei responsabili aziendali agricoli ha meno di 40 anni, una quota che la Commissione punta a raddoppiare per preservare competitività, innovazione e resilienza del settore primario. Alcuni Paesi mostrano però dinamiche più favorevoli. È il caso della Polonia, dove circa un agricoltore su cinque ha meno di 40 anni: una presenza giovanile nettamente superiore alla media Ue, sostenuta dalla continuità familiare, da una maggiore disponibilità di terra e dall’integrazione tra pratiche tradizionali, tecnologie digitali e nuove forme di imprenditorialità rurale.

Anche alcune regioni della Francia rappresentano un modello di riferimento per le politiche pubbliche sull’accesso alla terra. Strumenti di intermediazione fondiaria e un ruolo attivo dello Stato hanno facilitato l’ingresso di nuovi agricoltori, spesso giovani privi di un’eredità agricola. L’Austria, invece, si distingue per l’elevata incidenza di giovani agricoltori e per un forte orientamento verso l’agricoltura biologica e sostenibile, accompagnato da strategie di diversificazione che consentono di stabilizzare il reddito nelle aree rurali.

All’estremo opposto si collocano i Paesi in cui il ricambio generazionale è più in ritardo. In Romania l’invecchiamento della popolazione agricola e la frammentazione fondiaria stanno accelerando l’abbandono delle campagne, mentre cooperative, programmi di formazione e iniziative per l’accesso ai mercati europei tentano di arginare la perdita di capitale umano e di conoscenze tradizionali. In Grecia la situazione appare particolarmente critica: solo il 7,2% dei responsabili aziendali agricoli ha meno di 40 anni, a fronte di una quota di over 65 che sfiora il 40%, una delle più alte nell’Unione.

Proprio dalla Grecia arrivano segnali di crescente disagio tra i giovani agricoltori. Le recenti mobilitazioni hanno visto una partecipazione significativa di under 40, spesso appartenenti alla terza o quarta generazione di famiglie agricole, che denunciano un settore sempre meno sostenibile dal punto di vista economico. L’elevato costo dei fattori produttivi, la volatilità dei prezzi, le difficoltà di accesso alla terra e al credito e l’assenza di un sistema strutturato di formazione agricola rendono l’attività poco attrattiva, spingendo molti giovani a lasciare le aree rurali o a rinunciare al subentro in azienda.

Il confronto europeo conferma come il ricambio generazionale non sia soltanto una questione demografica, ma una leva centrale per il futuro dell’agricoltura. Dove politiche fondiarie, formazione e redditività sono affrontate in modo sistemico, la presenza dei giovani cresce; dove questi elementi mancano, il rischio è l’invecchiamento irreversibile del settore e l’abbandono di ampie porzioni di territorio rurale.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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