Private credit

Riaffiorano le crepe sotto la superficie del debito privato

Segnali che riportano alla memoria quanto successe con la crisi dei mutui subprime

di Gianfranco Ursino

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Gli scricchioli avvertiti a più riprese nell’ultimo anno sul mercato del private debt americano, sollevano forti preoccupazioni sulla qualità dell’ormai imponente credito elargito alle imprese da realtà non bancarie. Parliamo di oltre 2mila miliardi di dollari.

La compressione dei margini e la leva finanziaria aumentano il rischio di insolvenze. Nelle sale operative riecheggia con sempre maggiore frequenza il paragone con i mutui subprime che hanno acceso la crisi finanziaria del 2008, in particolare dopo il caso Blue Owl. Anche in questo caso, l’opacità del settore dei crediti privati, caratterizzato da eterogeneità dei portafogli, bassa liquidità e mancanza di riferimenti di mercato univoci per valutarne la redditività, rende difficili - se non impossibile - i processi di analisi di un investimento proposto anche ai piccoli investitori. E ai primi segnali di propagazione della crisi del private debt in Europa, i mercati dovranno essere pronti a fronteggiare una nuova scossa sistemica.

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Le prime avvisaglie sono emerse in Germania a fine 2025, quando il fondo pensione dei dentisti tedeschi (Vzb) ha dichiarato di aver perso 1,1 miliardi di euro imputabili in gran parte a investimenti nel private debt. Nei giorni scorsi un altro alert è arrivato dal Regno Unito, dove la società di private credit Market Financial Solutions ha presentato istanza di insolvenza. Anche se in quest’ultimo caso il problema appare più di truffa e malagestione che di mercato.

Segnali che riportano alla memoria quanto successe l’8 agosto del 2007, quando l’emersione di anomalie nelle valorizzazione di tre fondi monetari Parvest di Bnp Paribas sancì l’esposizione ai mutui subprime anche degli investitori europei. Non era più una crisi relegata agli Stati Uniti. La liquidità sui mercati evaporò, con la deflagrazione di una crisi di fiducia tra gli operatori finanziari. Le banche che non si fidavano più l’una dell’altra.

Esistono parallelismi significativi tra la crisi emergente del private debt e i mutui subprime. Entrambe implicano crescita rapida di prestiti ad alto rischio, scarsa trasparenza, elevata leva finanziaria, con potenziali effetti dirompenti. Un mix che potrebbe quindi tornare ad amplificare sui mercati gli scenari di stress.

Ma oltre alle analogie ci sono anche differenze che ne limitano l’equivalenza. Alcune considerazioni suggeriscono che la crisi del private debt potrebbe non replicare la portata della crisi dei mutui subprime, in primis per la minore esposizione del pubblico retail e per la ridotta interconnessione con il sistema bancario. Due distinzioni, però, che stanno venendo meno.

Da una parte i risparmiatori sono sempre più coinvolti direttamente e anche indirettamente con la crescente esposizione al private debt da parte dei fondi pensione e delle casse dei professionisti che gestiscono i loro risparmi previdenziali, con rischi forse non proprio compatibili con la loro missione di garantire la futura pensione.

Dall’altra parte le banche, che sono meno propense a finanziare le imprese ad alto rischio, stanno stringendo però forti legami con gli operatori del private credit. In particolare, oltre all’elargizione di prestiti o anche co-investimenti, gli istituti di credito stanno investendo direttamente in fondi di private debt o ne costituiscono di propri. Inoltre operano come intermediari per collocare i fondi ai propri clienti.

Anche la vicenda dei mutui subprime fino al 2008 sembrava relegata a un segmento specifico e delimitato del mercato. Poi tutti ricordiamo come è finita.

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  • Gianfranco Ursino

    Gianfranco UrsinoResponsabile Plus24

    Luogo: Milano

    Argomenti: Fondi comuni, Etf, Assicurazioni, Conti correnti, Conti deposito, Mutui, Polizze fideiussorie, Anatocismo, Usura, Risparmio postale, Libretti Coop, Banche, Borsa, Consob, Banca d’Italia, Abf, Acf, Oam, Ocf, Consulenza finanziaria, Fondi pensione, Casse di previdenza, Fintech

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