Cassazione

Resta ai domiciliari per usura ed estorsione l’ultrà dell’Inter Mauro Rosso

Con un altro indagato, Vittorio Boiocchi, ucciso nel 2022, avrebbe estorto dal 2018 al 2020 60mila euro al ras dei parcheggi del Meazza

di Patrizia Maciocchi

ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

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Resta ai domiciliari, con l’accusa di concorso in usura ed estorsione Mauro Russo, ex esponente della curva nerazzurra ed ex socio di Paolo Maldini e Christian Vieri, del tutto estranei alle indagini. A Russo è contestata, in origine con Vittorio Boiocchi, storico vertice della Nord ucciso a colpi di pistola nel 2022 su mandato di Andrea Beretta - di aver estorto dal 2018 al 2020 60mila euro all’imprenditore dei parking di San Siro, Gherardo Zaccagni. La Cassazione ha respinto il ricorso di Russo contro la misura cautelare.

Secondo quanto riportato nell’ordinanza cautelare, confermata dalla Suprema corte, l’indagato avrebbe minacciato, direttamente o indirettamente, il gestore di alcuni parcheggi presso lostadio Meazza di Milano per far corrispondere mensilmente un “pizzo” tra il 2018 e il 2020 somme per un totale di 60mila euro. Un fatto commesso tra più persone riunite, avvalendosi della posizione di capo ultras rivestita da Vittorio Baiocchi, ucciso al colpi di pistola nel 2022, su ordine di Andrea Beretta, ex vertice della curva nord nerazzurra. Non passa la tesi della difesa, secondo la quale Russo, ormai estraneo agli ambienti del tifo ultras, si sarebbe mosso solo nell’interesse di Zaccagni, suggerendo di non pagare Boiocchi ma di limitarsi a finanziare qualche coreografia, per evitare rapporti conflittuali con i supporter della Nord.

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La “tassa” per stare tranquillo

Il tutto senza alcuna minaccia. Una ricostruzione che non coincide però con quella dei giudici, che confermano i domiciliari. Per la Suprema corte è incontestato che l’imprenditore Zaccagni aveva dovuto versare una “tassa” per stare tranquillo nella gestione dei parcheggi del Mezza. Estorsioni in favore degli esponenti della tifoseria, primo tra tutti Boiocchi. A smentire che il ruolo di mediatore sia stato esercitato nell’interesse della vittima, ci sono proprio le dichiarazioni di quest’ultima, considerata attendibile, e una serie di intercettazioni. Da un dialogo captato emerge, infatti, che lo stesso diretto interessato aveva affermato al co-indagato Giuseppe Carminiti - considerato dagli inquirenti diretta emanazione della ’ndrangheta nella gestione degli “affari” al Meazza - di «aver agito all’inizio del rapporto estorsivo, in forza di una promessa effettuata in favore di Boiocchi Vittorio - si legge nella sentenza - da poco uscito da carcere e, dunque, anche per “dare una mano” all’estorsore e non soltanto per amicizia o personale interesse a tutelare la persona offesa».

Gli interessi della ’ndrangheta

Per i giudici di legittimità un passaggio decisivo anche per affermare il dolo e confermare la tesi accusatoria di Beretta, ormai collaboratore di giustizia, che aveva sostenuto il ruolo di primo piano del ricorrente e lo scopo - non importa se esclusivo meno - di far guadagnare dei soldi a Boiocchi. L’ordinanza impugnata è convincente anche rispetto all’aggravante delle più persone riunite. Zaccagni sapeva di doversi confrontare con gli interessi di un gruppo. In occasione di una cena al ristorante Ribot, secondo il racconto della vittima, «la richiesta di mediazione estorsiva era stata portata a compimento dal ricorrente in presenza del coindagato Carminiti Giuseppe, al termine dell’incontro congiunto con l’estorsore ed altri soggetti».

A confermare l’esigenza della misura cautelare il rischio di recidiva, in un contesto di potente e articolata illiceità «nel quale andava ad inserirsi lo specifico, episodio contestato - scrive la Corte - con riflessi anche il relazione agli interessi della criminalità organizzata calabrese sullagestione degli affari legati alle partite di calcio presso lo stadio Meazza di Milano».

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