Lavoro e sostenibilità

Responsabilità sociale, così le aziende possono attrarre la GenZ

I giovani cercano opportunità di lavoro in aziende etiche e sostenibili, che mettono al centro le persone e l’ambiente. Necessario un patto tra istituzioni, imprese e Terzo settore

di Giovanna Mancini

Nuove generazioni, nuove imprese: il futuro passa attraverso la responsabilità sociale d’impresa

Nella foto: Giovanna Mancini, Stefano Granella, Maria Teresa Bellucci, Nicola Corradi, Gaia Melita Franchina

2' di lettura

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Non un lavoro purchessia. E al primo posto non c’è più lo stipendio. I giovani - le ragazze e i ragazzi della «GenZ» chiedono alle imprese qualcosa di più: chiedono di garantire un futuro sostenibile per loro e per il pianeta in cui dovranno vivere.

Le persone al centro

Quindi, aziende etiche, che mettono le persone e l’ambiente al centro delle loro politiche prima ancora del profitto. «Non è uan richiesta impossibile: diversi studi dimostrano che le aziende che hanno adottato misure di welfare aziendale e hanno investito nella sostenibilità ambientale e sociale hanno migliorato le proprie performance», dice Gaia Melita Franchina, responsabile Pubblic Affairs di Jetn (Junior Enterprise Trento), l’associazione che ha organizzato al Festival dell’Economia di Trento il panel dal titolo «Nuove generazioni, nuove imprese: il futuro passa attraverso la responsabilità sociale».

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L’attenzione alla responsabilità sociale d’impresa è cresciuta rapidamente nel nostro Paese: secondo il Rapporto CSR dell’Osservatorio Socialis, nel 2021 il 96% delle aziende italiane con più di 80 dipendenti ha fatto investimenti in CSR, contro il 90% del 2019, con un investimento medio di 282mila euro, in auemento del 17% rispetto al periodo pre-Covid, per un totale di oltre 2 miliardi di euro.

Un fattore di attrattività

Non sono cifre enormi, è vero, ma indicano una tendenza e, soprattutto, una consapevolezza: che l’urgenza di queste tematiche non consente ulteriori indugi, che investire in sostenibilità conviene e che è una carta vincente da giocare per attrarre e trattenere i giovani nelle aziende, contrastando quel declino demografico e quella fuga dei cervelli dalle aree periferiche del Paese - ma anche dal paese stesso - che sembra ormai inarrestabile.

«Fino a qualche anno fa la responsabilità sociale d’impresa si è concentrata quasi esclusivamente sull’aspetto ambientale, a volte con qualche stortura, soprattutto a livello europeo, ma oggi finalmente aumenta l’attenzione anche ai temi del welfare e della persona, con l’obiettivo di dare vita a imprese autenticamente antropocentriche», ha detto la viceminstra del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci, intervenendo al panel. Serve, però, l’aiuto delle istituzioni: «È fondamentale la sinergia e la collaborazione fra tre soggetti: le istituzioni, le imprese e il Terzo settore», ha aggiunto Bellucci.

La spinta del Terzo settore

L’Italia, del resto, sul Terzo settore ha più di qualcosa da dire e ha saputo spiegarlo anche in Europa, dove la rilevanza di questa realtà è stata compresa e riconosciuta, a marzo scorso, con la cosiddetta «Comfort Letter» inviata dalla DG Concorrenza della Commissione Ue al Ministero, che conferma l’applicabilità delle norme in materia di imposte sui redditi degli enti del Terzo settore, precisando che le agevolazioni fiscali in questo ambito non son oda considerarsi aiuti di Stato.

Un passaggio fondamentale per il sostegno e lo sviluppo di un settore che, se integrato con le imprese “tradizionali”, può contribuire enormemente a uno sviluppo più sostenibile dell’economia.

Dal canto loro, le imprese tradizionali stanno rafforzando le loro politiche CSR. Ne sono esempio due aziende intervenute al panel di Trento, Gruppo Dolomiti Energia e Barilla Group. Entrambe hanno investito molto negli ultimi anni per migliorare la qualità della vita dei propri dipendenti, oltre che per ridurre l’impatto ambientale delle proprie attività industriali e commerciali e valorizzare il proprio territorio.

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