Le leggi

Responsabilità penale dei ministri, l’Europa divisa tra immunità e Stato di diritto

La richiesta della Procura europea di riformare il sistema greco riapre il dibattito su giustizia, politica e uguaglianza davanti alla legge in Europa

di Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore), Janine Louloudi (EfSyn, Grecia), Beatriz Parera (El Confidencial, Spagna), Simona Voicu (HotNews.ro, Romania) e Krasen Nikolov (Mediapool, Bulgaria)

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In Europa la responsabilità penale dei ministri resta un terreno accidentato, dove il principio dello Stato di diritto si scontra con architetture costituzionali che, in molti Paesi, continuano a offrire una protezione rafforzata ai membri dell’esecutivo. La richiesta avanzata in ottobre dalla Procuratrice europea Laura Kövesi al governo greco di rivedere la controversa “legge sulla responsabilità dei ministri” ha riportato al centro del dibattito una questione che va ben oltre i confini di Atene: quanto sono davvero uguali i cittadini davanti alla legge quando si parla di potere politico?

Il caso greco: quando la politica decide se la giustizia può agire

In Grecia la responsabilità penale dei membri del governo è disciplinata dall’articolo 86 della Costituzione e dalla legge 4622/2019, che regolano l’organizzazione dell’esecutivo e il funzionamento dell’amministrazione centrale. Il cuore del problema risiede nella procedura speciale prevista per i reati commessi da ministri e viceministri durante l’esercizio delle loro funzioni: solo il Parlamento ha il potere di avviare un’azione penale, con una decisione che richiede una maggioranza assoluta di 151 deputati su 300.

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In altre parole, l’autorità giudiziaria non può procedere autonomamente, nemmeno per accertare fatti preliminari. Senza il via libera politico, l’indagine resta bloccata. Un sistema che, nella pratica, ha prodotto un effetto di immunità quasi totale, poiché la maggioranza parlamentare tende a proteggere i propri esponenti quando è al governo e a invocare la responsabilità penale solo quando si trova all’opposizione.

Secondo Laura Kövesi, questo meccanismo non solo viola il principio di separazione dei poteri, ma entra in conflitto diretto con il diritto europeo, impedendo anche all’EPPO di svolgere indagini su possibili reati che coinvolgono fondi dell’Unione. Il riferimento implicito è a casi di grande rilevanza pubblica, come l’incidente ferroviario di Tempe o potenziali irregolarità nella gestione delle risorse comunitarie. Il risultato è un paradosso istituzionale: ministri che, pur in presenza di accuse anche gravi, non arrivano quasi mai davanti a un tribunale ordinario e, in molti casi, non sono nemmeno chiamati a fornire chiarimenti formali.

Una mappa europea frammentata

Il caso greco non è isolato, ma si colloca all’interno di un panorama europeo estremamente eterogeneo. Ogni Stato membro ha costruito nel tempo un proprio equilibrio tra tutela della funzione governativa e responsabilità penale, con esiti spesso molto diversi.

In Spagna, l’articolo 102 della Costituzione stabilisce che i membri del governo siano penalmente responsabili e giudicati dalla Camera penale del Tribunal Supremo. Il sistema dell’aforamiento non garantisce l’impunità, ma assegna una giurisdizione speciale ai vertici istituzionali. Per i reati ordinari, l’azione penale può procedere; per quelli che riguardano la sicurezza dello Stato, è necessaria un’iniziativa parlamentare qualificata.

I casi giudiziari non mancano. Ex ministri come Jaume Matas, Rodrigo Rato ed Eduardo Zaplana sono stati condannati per corruzione e reati finanziari. Altri, come José Manuel Soria, si sono dimessi a seguito di scandali, pur senza arrivare a una sentenza definitiva. Il caso più recente, quello dell’ex ministro dei Trasporti José Luis Ábalos, indagato per presunta corruzione legata agli appalti delle mascherine durante la pandemia e finito in custodia cautelare, segna un punto di svolta nella prassi spagnola.

In Italia, la responsabilità penale dei ministri è regolata dall’articolo 96 della Costituzione e dalla legge costituzionale n. 1 del 1989. Anche qui l’azione penale è subordinata all’autorizzazione parlamentare. Il Tribunale dei ministri, composto da magistrati ordinari, svolge l’istruttoria preliminare, ma è il Parlamento a decidere se il procedimento può andare avanti.

La prassi dimostra come le decisioni seguano spesso logiche politiche più che giuridiche. Non mancano casi in cui ministri sono stati politicamente costretti alle dimissioni pur essendo protetti sul piano penale. L’eccezione più significativa resta quella di Matteo Salvini: il Senato ha autorizzato il processo nei casi Gregoretti e Open Arms solo quando l’ex ministro dell’Interno non faceva più parte della maggioranza di governo, evidenziando la natura profondamente politica delle decisioni sull’immunità.

Romania: dalla protezione all’allineamento europeo

La Romania offre un esempio di evoluzione istituzionale. La Costituzione e la legge 115/1999 prevedono che l’indagine penale sui ministri debba essere autorizzata dal Parlamento o dal Presidente della Repubblica. In passato, questo sistema era spesso utilizzato per bloccare le richieste dei magistrati, ma dal 2019 la prassi è cambiata radicalmente.

Secondo i dati della Direzione nazionale anticorruzione (DNA), nessuna richiesta di autorizzazione è stata respinta negli ultimi anni. Complessivamente, 36 ministri sono stati indagati, 16 condannati in via definitiva e altri sono attualmente sotto processo. Un segnale di maggiore allineamento agli standard europei, pur in presenza di garanzie procedurali formali.

Bulgaria: nessuna immunità, ma giustizia politicizzata

All’estremo opposto si colloca la Bulgaria, dove i ministri non godono di alcuna immunità penale. Tuttavia, l’assenza di protezioni non si è tradotta automaticamente in una maggiore qualità dello Stato di diritto. Il sistema giudiziario, fortemente centralizzato e politicamente influenzabile, ha spesso avviato procedimenti contro ex ministri solo dopo il loro passaggio all’opposizione.

Arresti, indagini e assoluzioni si susseguono, come nei casi dell’ex premier Boyko Borissov o di diversi ministri coinvolti in procedimenti poi archiviati o conclusi con assoluzioni. Un quadro che dimostra come la responsabilità penale, senza un sistema giudiziario indipendente, rischi di trasformarsi in uno strumento di lotta politica.

La sfida europea

Il confronto tra i diversi modelli mette in luce una tensione irrisolta: da un lato, la necessità di proteggere l’azione di governo da interferenze arbitrarie; dall’altro, l’obbligo di garantire che nessun titolare di cariche pubbliche sia sottratto alla legge. La presa di posizione della Procura europea nei confronti della Grecia assume quindi un valore simbolico e politico più ampio. Non si tratta solo di una riforma nazionale, ma di una questione di coerenza dell’Unione nel difendere lo Stato di diritto.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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