Comunicazione

Replicare o silenziare? Il dilemma dei brand nell’era del dissenso

Tra algoritmi, shitstorm e commenti filtrati, i social sono il terreno più fragile e strategico nella costruzione della reputazione, con aziende che scelgono il confronto e altre che alzano barriere

di Giampaolo Colletti e Fabio Grattagliano

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Metterci la faccia dopo averla persa. In Australia un’intera campagna pubblicitaria parte dalle scuse del Ceo dopo le denunce ricevute a mezzo social. Optus, secondo operatore di tlc controllato dal gruppo singaporiano Singtel con un fatturato di 8 miliardi di dollari australiani per 11 milioni di clienti e più di settemila dipendenti, ha lanciato “We’re on it”. Per ricostruire la fiducia è scesa in campo la guida in persona Stephen Rue. L’azienda era stata travolta da una doppia crisi reputazionale. Prima il cyberattacco del 2022 con i dati personali di milioni di clienti esposti online, poi nel 2023 il blackout nazionale che ha lasciato senza rete oltre 10 milioni di utenti, impedendo anche le chiamate ai servizi di emergenza. Per mesi il brand è stato accusato di scarsa trasparenza e lentezza nella gestione della crisi. Così la scelta insolita con una nuova strategia comunicativa: meno spot e più relazione. La campagna gioca con personaggi caricaturali e archetipi contemporanei per smarcarsi da logiche fredde. Obiettivo: mostrare sui social un brand più conversazionale.

 

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Social (ancora) sotto assedio

Oltre l’hype legato alle intelligenze artificiali, ancora oggi i social media rappresentano l’agone digitale spesso sotto assedio da parte di consumatori barricaderi, come ha scritto il Guardian. Al posto della clava c’è lo smartphone con conseguenze imprevedibili. E le aziende si dividono tra dialogo aperto e silenzio difensivo. In fondo ancora oggi il posizionamento – e di riflesso il business di un’azienda – passa dalla capacità di dialogo. Non tutte però riescono a cogliere il valore del confronto e preferiscono evitare potenziali rischi reputazionali con shitstorm da parte degli utenti. La nuova ricerca di Eikon “Top in social media management” monitora le fanpage italiane di 107 brand dei settori assicurativo, energetico, farmaceutico, automobilistico e grande distribuzione. I comparti più regolamentati sembrano investire maggiormente sulla formalizzazione della loro presenza social. La certificazione attesta la qualità complessiva del presidio e la maturità digitale: l’energetico guida con il 69%. A seguire farmaceutico e assicurativo al 67%, automobilistico al 55%, mentre la grande distribuzione si ferma al 53%. Emerge inoltre una progressiva trasformazione dei social da semplici vetrine informative ad ambienti reputazionali permanenti.

 

La rincorsa alla visibilità

L’automotive è il settore che investe maggiormente in contenuti sponsorizzati col 53% dei post a pagamento. Seguono GDO e assicurazioni con quasi un contenuto su due sostenuto da advertising. Il farmaceutico, al contrario, si ferma al 18%, privilegiando una logica più organica e informativa. Questo dato segnala una crescente mediazione algoritmica della comunicazione: per ottenere visibilità non basta pubblicare, bisogna amplificare. I social diventano piattaforme ibride tra relazione editoriale e spinta pubblicitaria. Una relazione complicata tra reach organica e investimento col rischio di perdere credibilità nel tentativo di rincorrere visibilità. «Esistono pagine in cui sette o otto contenuti su dieci nascono con un investimento media alle spalle. Quando una pagina ha quasi metà dei contenuti sponsorizzati, il rischio di scivolare da spazio di relazione a spazio di promozione diventa concreto. L’equilibrio è la variabile decisiva. Il paid resta uno strumento utile, oggi imprescindibile per raggiungere pubblici nuovi. Ma il modello che probabilmente regge meglio nel tempo è quello in cui l’investimento amplifica un contenuto editoriale forte, non lo sostituisce. È il modello scelto da alcune delle nostre aziende certificate come Top in social media management: tra queste ci sono Eni, Edison, Hera, Ibsa, Iren, Tim e Zurich Italia», racconta Paola Aragno, docente a contratto di metriche della comunicazione al corso di laurea in marketing & digital communication all’Università Lumsa e vicepresidente di Eikon.

 

La gestione del dissenso

Al bando le semplici bacheche digitali di un tempo. Perché da questi spazi si misurano la capacità di ascolto, la gestione del dissenso e la qualità della relazione. Eppure la ricerca Eikon racconta un paradosso contemporaneo: mentre le aziende dichiarano apertura, molte stanno progressivamente alzando barriere. Limitano commenti, riducono l’interazione spontanea, filtrano il confronto. È la transizione dai social media agli spazi controllati, dove la paura della crisi reputazionale spesso prevale sul valore del dialogo autentico. Il dato più interessante non riguarda soltanto chi pubblica di più o investe maggiormente in advertising, ma il diverso approccio culturale alla conversazione. Emergono “community openness” per brand che chiudono o limitano maggiormente i commenti e “community mood” per misurare il livello di negatività o positività delle conversazioni. Però a scricchiolare è la relazione col dissenso. Perché il commento negativo diventa parte integrante dell’esperienza pubblica del brand. Eikon fotografa un passaggio decisivo: chiudere i commenti rappresenta una scelta valoriale tanto quanto una campagna pubblicitaria. «Uno dei dati più interessanti riguarda la “community openness”, cioè l’opzione di chiudere, limitare o controllare i commenti come scelta difensiva per proteggere la reputazione ma che rischia di incrinare la fiducia», dice Aragno. Così se per anni le aziende hanno usato i social in modo disinvolto e autoreferenziale, oggi comprendono che quegli spazi diventano luoghi di conflitto permanente. E si spaventano. «La scelta tra broadcasting e conversazione non sembra condizionata dal settore ma è una decisione del singolo brand. Nello stesso settore convivono oggi realtà che hanno scelto modelli di presenza agli antipodi: per esempio nel settore assicurativo, che in media rimuove di più, emergono scelte completamente diverse con brand che eliminano fino al 71% dei commenti e altri che si attestano al 17%. Nella GDO, che in media sembra rimuovere di meno, ci sono aziende che arrivano fino all’87% di commenti rimossi», precisa Aragno. Ma la fiducia si costruisce nella continuità. Nella nuova era conversazionale il brand che dialoga nel quotidiano diventa credibile e vincente.

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