Governance

«Regole europee un valore aggiunto anche per le aziende»

di Marco Alfieri

(Adobe Stock)

2' di lettura

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«Attenzione a mescolare piani diversi», dice Brando Benifei, eurodeputato Pd e co-relatore dell’AI Act a Strasburgo, rispondendo alle critiche di alcune grandi aziende extra Ue che non stanno introducendo nel mercato unico tecnologie innovative per mancanza di chiarezza regolatoria. «Perché è vero che ci sono applicativi bloccati ma per un contenzioso legato al Digital Markets Act, non all’AI Act, che è un’altra cosa».

Piuttosto, la vera sfida è l’implementazione del nuovo regolamento Ue sull’AI. «Il nostro approccio sarà: siamo un mercato comune, le regole dovranno essere eseguibili», continua Benifei. «Sappiamo che alle Big Tech non piacciono alcune norme contenute nel regolamento, penso alla tutela del diritto di autore o alla riconoscibilità dei contenuti generati da AI. Ma dobbiamo lavorare tutti insieme perché queste nuove soluzioni non siano dannose per Pmi e cittadini».

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Altro aspetto sottolineato da Benifei nel suo intervento è quello finanziario. «Nell’implementazione dell’AI Act, infatti, le aziende dovranno essere sostenute da fondi pubblici in modo da sviluppare soluzioni sicure e compliance a tutti i requisiti previsti, esattamente come avviene per altri prodotti armonizzati (quelli a marchio “CE”) come i giocattoli e i dispositivi medici».

Il tempo per l’implementazione non manca (AI Act entrerà in vigore tra circa due anni) «ma bisogna cominciare subito un processo di adeguamento anticipato volontario per far sì che le imprese entrino in sintonia con le regole dell’AI e non restino spiazzate, come già successo con l’introduzione del GDPR».

Insomma, per affrontare le sfide della competitività con paesi come Usa e Cina che dominano nella capacità di sviluppare e implementare l’AI, l’Europa deve lavorare per far sì che il modello di regole che si è dato non sia un freno, ma un abilitatore. A quel punto, come ripetuto quasi in coro da Benifei e da Edoardo Carlo Raffiotta, Professore di Scienze Economico-Aziendali e Diritto dell’Economia dell’Università Bicocca di Milano, «scopriremo che le regole europee sono un valore aggiunto, anche a garanzia delle aziende».

Se questa è la posta in palio per implementare regole pubbliche realmente dinamiche e pro-impresa, è altrettanto interessante capire meglio quali potranno essere i nuovi modelli organizzativi dentro le aziende. Nel dibattito di oggi, sono emersi altri spunti interessanti. Ad esempio per Valeria Lazzaroli, Chairperson di ENIA, Ente nazionale per l’intelligenza artificiale, «stiamo parlando di AI ma le aziende italiane sono ancora mediamente arretrate dal punto di vista digitale. Serve prima un lavoro propedeutico che parta dalla categorizzazione del dato».

Ad oggi, infatti, solo il 22% delle aziende italiane ha in essere un piano strategico legato alla AI. «Anche perché mancano esperti Stem in grado di lavorare in ambito Ict, di cui l’Intelligenza Artificiale è di fatto una sotto area. Per questo serve dotare tutti i manager del futuro delle giuste skills digitali, ibridando le competenze», come conferma Irene Finocchi, direttrice del corso di studi in Management and Artificial Intelligence della Luiss Guido Carli.

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