La strategia

Referendum, il piano di Meloni per convincere gli indecisi

La premier studia un intervento il 12 marzo a Milano a un evento Fdi

di Manuela Perrone

REUTERS/Guglielmo Mangiapane/File Photo

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Mancano 32 giorni al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia e l’agitazione tra via della Scrofa e Palazzo Chigi monta. La linea ufficiale della premier Giorgia Meloni resta quella di non politicizzare l’appuntamento, ma si compulsano i sondaggi, e se ne commissionano di nuovi, per capire come rafforzare la campagna per il Sì. E ci sarebbe già una data cerchiata in rosso sul calendario per l’appello al voto della presidente del Consiglio: il 12 marzo.

Il contratto da 146mila euro con Tecnè

Ma andiamo con ordine. Per sondare 25mila italiani entro fine marzo la presidenza del Consiglio, attraverso il dipartimento per l’Editoria, ha firmato un contratto con la società Tecnè di Carlo Buttaroni che vale 120mila euro netti più Iva: 146.400 euro in tutto. In cambio, saranno condotte tre ricerche rispettivamente su un campione di 10mila, 10mila e 5mila maggiorenni suddivisi per area geografica (Nord-Ovest senza Valle D’Aosta), Nord-Est, Centro, Sud e Isole.

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Le rilevazioni più recenti

Le ultime rilevazioni non sono confortanti per il Governo. Secondo l’ultimo sondaggio realizzato da Swg per TgLa7, l’affluenza dovrebbe collocarsi in una forbice compresa tra il 46% e il 50% e i sostenitori del Sì e del No si sarebbero praticamente avvicinati, viaggiando entrambi intorno al 38 per cento.

La missione: convincere gli indecisi

È chiaro a tutti, nel Governo e nella maggioranza, che convincere gli indecisi sarà dirimente. Così come scegliere di puntare più sugli aspetti “emotivi” del malfunzionamento della giustizia che su quelli tecnici della riforma. Anche per questo Meloni, per ora, “puntella” il territorio con continui attacchi ai magistrati che sbagliano. Da ultimo ieri, quando con un videomessaggio ha affondato il colpo contro «la parte politicizzata della magistratura» che ostacola, a suo dire, «ogni azione volta a contrastare l’immigrazione illegale di massa».

L’affondo contro i magistrati

Non è certamente una battaglia nuova. Sono mesi che la premier, insieme a un ormai folto gruppo di alleati europei, chiede la revisione delle convenzioni internazionali ed europee sui diritti umani per arginare la discrezionalità delle interpretazioni dei giudici che, secondo il Governo, vanifica il pugno duro contro i migranti irregolari. Adesso la lotta trova nuova linfa: galeotta, nell’ultimo caso, la sentenza del tribunale di Roma che ha condannato il Viminale a risarcire un algerino 700 euro per essere stato illegittimamente trasferito in Albania. Un uomo, ha detto Meloni, «con alle spalle 23 condanne» destinatario di un provvedimento di espulsione e trattenuto per un mese del Cpr di Gjader.

L’appello per «una riforma che serve al Paese»

Quello dei giudici che ostacolano la sicurezza sarà un leit motiv della campagna elettorale della presidente del Consiglio. Che vedrà il suo culmine, come anticipato oggi da Giovanni Lamberti sul Foglio, alla kermesse milanese del 12 marzo per il Sì promossa dai gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia. Là Meloni chiamerà a raccolta gli elettori - non senza prima aver coordinato le iniziative dei partiti della coalizione - perché votino sì a «una riforma che serve al Paese». Tutto sempre che lo scontro non salga ancora di livello. Da questo punto di vista, le parole odierne del presidente della Repubblica Sergio Mattarella - «Le altre istituzioni rispettino il Csm» - valgono come monito.

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